Loading...

Follow Intravino on Feedspot


Valid
or
Continue with Google
Continue with Facebook

È venerdì e, come in ogni weekend che si rispetti, anche l’editor intravinico si rilassa. E dopo una settimana passata a stappare e svuotare bottiglie di vino, arriva a casa, si sfonda sulla poltrona e si apre una bottiglia di… ebbasta, cavolo! Non se ne può più di Borgogna e Primitivo a manetta! C’è vita anche su Marte, figuriamoci se ho ancora voglia di vino e lingue felpate dai tannini. Già, ma cosa bevono i nostri editor quando non bevono il vino? Glielo abbiamo chiesto e loro ci hanno risposto così: enjoy!

Da sempre sono stato un amante delle birre scure. Tra le tante ricordo con piacere la Dragoon Pale Ale. Si tratta di una birra con un profilo prettamente aromatico, al naso abbastanza dolce ma al palato con un retrogusto amarognolo. Fresca ma corposa, è una birra che ti soddisfa per tutta la serata. Recentemente mi appassiona la scena del “Gin&Tonic” newyorkese, con migliaia di gin piuttosto artigianali, frutto di elaborati quanto sensibili mix di finissimi botanici. Tra i tanti consiglio vivamente il Drumshanbo Gunpowder Irish Gin, una vera chicca per l’estate. Salvatore Agusta

Cantillon Gueuze quando disponibile, Birra Perugia Golden Ale praticamente sempre, perciò sono bella gonfia gassata & rubizza. Poi bibitina da piscina: il raboso rifermentato di Casa Belfi, che è tipo un succo di mirtillo ma con quel po’ di alcole che lo rende una bibita per signore attempate come me. Se devo caricare la briscola che batte gli assi, invece, Negroni a nastro. Sara Boriosi

A me piace bere la spuma. La spuma bionda. Perché è toscana, perché è elegante di una semplicità che i giapponesi chiamano shibumi. Perché al circolino Arci di Badia a qualcosa, se chiedi la spuma gli indigeni vecchini ti riconoscono come un local e magari si pensano pure che sei il nipote del poro Nanni. E a me questa cosa mi fa sentire a casa.
A me piace bere il chinotto. Il chinotto anche quello nella bottiglia di plastica. Perché ha l’abito scuro, perché credo nella kabbalah e l’otto è il numero del grande equilibrio che mai raggiungo. Se lo inclini diventa il simbolo dell’infinito oppure il disegno che al circolino disegnano su foglio A4 affisso sopra la macchina del caffè. Tiene lontane le mosche. Pare.
A me piace bere l’EstaThe, nel bric, d’estate, col panino alla mortadella. Non me ne fotte nulla degli abbinamenti da sommelier e nulla ci capisco. Quello che so è che l’EstaThe nel bric sta col panino alla mortadella. Così come l’estate sta alla vita, alle gonne, alle mutande, alla nudità. Tommaso Ciuffoletti

“A real gimlet is half gin and half Rose’s lime juice and nothing else”. Nel sesto e più melanconico romanzo di Raymond Chandler, Terry Lennox, l’amico che deluderà Philip Marlowe, fornisce la ricetta di quello che nella traduzione italiana diventa il “succhiello”. Gimlet o succhiello poco cambia, basta avere un buon gin e l’ingrediente fondamentale: il succo di lime marca Rose’s. Si trova facilmente anche in Italia e costa sui sette euri la bottiglia, sufficiente a riempire la mia doppia coppa Martini ghiacciata per diverse serate. Giovanni Corazzol

Io sono quello banale, poche cose mi rimettono al mondo come un gin&tonic fatto come si deve. Fedele da pressoché sempre ad alcuni dei miei London Dry di riferimento sono aperto a (quasi) ogni possibile variazione sul tema: in questi giorni a casa di aperto c’è il Gilbach, il gin prodotto in Val di Fiemme da Alessandro Gilmozzi e Andreas Bachmann. Jacopo Cossater

Boh. Io bevo vino. Ma sul serio. Al massimo birrette alla spina annacquate. E d’estate qualche succo di frutta allungato con l’acqua naturale. Lisa Foletti 

Quale ragione avrei mai per derogare al vino e preferirgli cordiali & altre cordialità più forti? Nessuna. Infatti mi succede solo per caso, per scherzo o per acclimatazione allo spirito dell’estuo litoraneo e dei lidi pontini: Moscow Mule o Negroni d’estate, in altri tempi miòd pitny, soplica pigwowa, la rakija del suocero dell’amico trasferitosi a Lubiana, un Capovilla a caso, un amaro a scelta tra i due di Varnelli e quello di Margapoti. Emanuele Giannone

Sono sempre a dieta quindi se non bevo vino non bevo alcolico quasi per niente. Quando non ne posso fare a meno, se riuscissi a trovarlo con continuità, il Bacardi Breezer altrimenti birra Asahi per il sushi e tutta la gamma del Birrificio del Forte a rotazione, Gassa d’Amante, Mancina e Meridiano Zero soprattutto. Tra le birre forestiere la Pilsner Urquell che ho alla spina nel locale, a casa qualche bottiglietta per le crisi di caldo. Andrea Gori

For me… Birre tutto luppolo e porter con crostacei e molluschi. Rooibos e tisane di ogni genere, ma non parlatemi di tè verde e succhi di frutta. Caffè ovviamente. Giorgio Michieletto

Tutti noi abbiamo bisogno di credere in qualcosa: io credo che tra poco mi farò una birra…(Homer Simpson). Perchè c’è un momento per le bevute memorabili e uno in cui si vuole solo spegnere l’arsura delle serate estive, in centro a Bologna. In quest’ultimo caso mi infilo nel primo pub a tiro ed è subito IPA, una qualsiasi, purché sia fresca, aromatica, amarognola e non meno di una pinta, così passa la paura (e pure la calura!), cheers! Alberto Muscolino

A Milano c’è un posto segreto che si chiama Torrital e tutto è fermo agli anni Sessanta e ci sono i biliardi e le gomme da masticare che stanno sotto il cellophane per non prendere polvere. Ci sono i tavoli di formica ma non come sfizio di modernariato, sono proprio dell’epoca e ci sono i freezer dei gelati vecchio stampo quelli orizzontali con dentro le brocche di Negroni di Idio raffreddate rigorosamente senza ghiaccio e lui dice di essere l’unico ad avere la ricetta originale del conte Negroni. Secondo me è vero. Nel bicchiere è una bombetta concentrata e buonissima e il famoso cocktail viene fuori all’ennesima potenza e Idio dice di avere un ingrediente segreto che non rivelerebbe nemmeno sotto tortura. Secondo me è vero. Chiacchierando al bancone Idio si incazza facilmente e ha idee opposte alle mie e si parla e si parla e poi si va avanti e si salta di palo in frasca e Idio dice che una volta il bancone era sempre pieno e che la gente parlava di più e oggi invece la gente parla sempre meno e non ha più molta voglia di discutere. Secondo me è vero. Graziano Nani

Dipende dalla temperatura: dall’autunno alla primavera una buona tazza di Darjeeling second flush almeno FTGFOP di un tea garden blasonato (giacché li paragonano ai cru bordolesi) sarà sufficiente; ma se fa caldo non c’è storia. I rimedi saranno una birra artigianale della Fränkische Schweiz (potendo scegliere, tra Dunkel e Zwick’l), da servire rigorosamente nello Steinkrug. Oppure un dissetantissimo anice locale che sanifica il ghiaccio, e che si trova in ogni porto del Mediterraneo, da Smirne a Cadice (Maghreb escluso, o forse no, ma Allah il Misericordioso perdonerà di certo il peccatuccio). Thomas Pennazzi

Indubbiamente la birra anche della peggiore specie soprattutto in estate, cocktail affidandomi all’estro del barman e in questo caso arrivo ad amare il prodotto analcolico, caffè come se piovesse in tutte le sue forme, il te nei miei momenti zen, spremute solo quando le trovo pronte in albergo al mattino. Leonardo Romanelli

Trovo repellente il caldo sempre e comunque e quindi, da aprile in poi, bevo solo roba che posso sbattere in frigo: principalmente Pils e Black IPA. Ma, volendo, anche altro, senza distinzione di razza o colore. In mancanza d’alcol mi adatto: la spremuta di un mandarino, mezzo cucchiaino di zucchero di canna, una manciata di foglie di menta, ghiaccio tritato. Gianluca Rossetti

Apro il frigo e prendo una birra a caso, non troppo per caso. Matota di Altavia, British Golden Ale tutta la vita: erbacea e floreale, mielosa, un prato estivo in zona camporella. Nuff said. E poi, comunque, nunc et semper whisky. Fiorenzo Sartore

Il Fernet-Branca con ghiaccio dopo cena: si presenta più come un viaggio iniziatico che un semplice un liquido brunastro composto da 27 erbe e radici provenienti dai quattro angoli della terra. Annichilendo ogni residuo fisico presente nel cavo orale, Il Fernet – Branca riporta la mente semi-cosciente ad un ancestrale e protettivo tinello marron della memoria, subito prima che il Mocambo torni tutto in fior. Pietro Stara

Whisky con tanto ghiaccio ma dev’essere di quelli puzzolenti forte. Poi Rum con tanto ghiaccio e Gin Tonic affogato nel ghiaccio. Insomma: mi piace il ghiaccio in tutte le sue forme, forse perché nel vino è severamente vietato. Antonio Tomacelli

Io perseguo l’ideale di una vita sana per cui, a volte, prevengo eventuali problemi di stomaco con dell’ottima Żołądkowa Gorzka, 40 gradi di benessere. Si tratta di una wódka polacca a base di erbe il cui nome letteralmente significa “amara per lo stomaco”. Un sorso di salute. Qualche volta la mattina dopo compenso tutto questo salutismo con acqua e limone. Samantha Vitaletti

Read Full Article
Visit website
  • Show original
  • .
  • Share
  • .
  • Favorite
  • .
  • Email
  • .
  • Add Tags 

Questo post è nato idealmente lo scorso aprile quando nella casella di posta elettronica ha fatto capolino un comunicato stampa proveniente da Cortona e dalla più grande e storica delle aziende produttrici di Syrah: “Tenimenti d’Alessandro abbandona la DOC”. E ancora: “Tenimenti d’Alessandro, a partire dalle annate in uscita a settembre 2018 ha deciso di declassare l’intera produzione dei vini a base Syrah, da Cortona DOC a Toscana IGT: il Rosso 2016 – un tempo “Borgo Syrah” – il Bosco 2014 e Migliara 2013 saranno, pertanto, commercializzati non fregiandosi più della Denominazione di Origine Controllata”.

Una scelta che probabilmente era nell’aria già da tempo, “che sancisce una divergenza di visione rispetto alle logiche della valorizzazione del territorio” ma che ha avuto una causa precisa e circostanziata: la bocciatura in fase di assaggio da parte della commissione preposta all’assegnazione della DOC del “Borgo Syrah” 2016 in quanto, mi ha raccontato ieri mattina Filippo Calabresi, “fuori da ogni parametro di riferimento, almeno a quanto mi è stato comunicato: visivo, olfattivo, gustativo. Ho anche avuto il dubbio – ha continuato – ci potesse essere un problema non organolettico e ho subito fatto fare le analisi. Nessuno: in termini di parametri analitici uno dei vini più corretti abbia in cantina”. Queste le mie note di assaggio ricopiate pari pari dal taccuino, bottiglia proveniente dallo stesso lotto imbottigliato alla fine di marzo:

Toscana IGT Rosso 2016 – Rubino acceso, vivace e attraente. L’attacco è sul frutto, esplosivo ma progressivo: piccoli frutti rossi tra cui lampone e ciliegia freschi e croccanti quasi a tradire una certa idea di macerazione carbonica. Poi resina di pino, un accenno di erbe officinali e di fieno. Goloso, fresco nel senso più bevibile del termine, dall’acidità squillante ma mai sopra le righe, paga qualcosa in termini di presa tannica e di complessità in chiusura. Divertente, gioioso, godibile. 86/88

Rispetto all’annata precedente, la 2015 normalmente etichettata come Cortona DOC Syrah, un sostanziale cambiamento: la scelta di vinificare circa 2/3 della produzione a grappolo intero. Il resto è come da tradizione: fermentazione in acciaio e maturazione in cemento per circa 12 mesi. La metamorfosi che Filippo sta però imprimendo ai Tenimenti è più profonda e non solamente legata a uno dei suoi vini più rappresentativi: dal 2013 e con ancor più convinzione dal 2015 – anno della cessione dell’azienda dalla famiglia d’Alessandro ai Calabresi – è cambiato l’approccio a ogni aspetto della vita aziendale. Dalla vigna, tutti gli oltre 30 ettari di proprietà sono stati convertiti al biologico, alla cantina: penso alle fermentazioni spontanee; a un uso del legno, soprattutto delle barrique, molto meno invasivo; alle filtrazioni più delicate. Una serie di interventi che vanno in una direzione precisa: la volontà di alleggerire tutta la linea produttiva rendendola più affine alla sua idea di vino. E aggiungo: dimostrare che a Cortona è possibile produrre Syrah dalla silhouette tanto complessa quanto raffinata, non eccessivi nel calore e nella struttura, molto diversi da quelli prodotti dagli stessi Tenimenti per molti anni. Una strada che Stefano Amerighi ha imboccato da tempo con straordinario successo.

Che il Rosso 2016 sia diverso dal Borgo Syrah 2015 è indubbio. Si tratta di un vino meno ambizioso per struttura, più fresco e dalla trama tannica meno incisiva e amarognola, dal peso specifico più delicato. In definitiva più buono, con la consapevolezza dello stesso Filippo Calabresi che la strada è ancora lunga e fatta di tappe ancora tutte da scrivere. Cosa abbiano pensato i membri della commissione di assaggio è cosa che credo non sapremo mai. Quello che rimane è qualche dubbio sul senso stesso di questo genere di organismi, istituti spesso incapaci di leggere quei cambiamenti che hanno il buon sapore della virtù, variazioni produttive che con il senno di poi avrebbero potuto arricchire ancor di più una denominazione che si ritrova invece oggi ad aver perso il suo interprete storico.

Alcuni appunti sparsi, per chiudere:

  • Il Viogner “Fontarca” 2017 è piacevolissimo in termini di profumi, di freschezza, in generale di ritmo. Un bianco toscano da non perdere.
  • In cantina abbiamo assaggiato diverse annate de “Il Bosco”, il Syrah che ha fatto la storia dei Tenimenti d’Alessandro. Il 2014 ha una bellissima trama tannica e quella leggera diluizione dovuta all’annata appare da qui più interessante che mai. Il 2016, prodotto come il Rosso con circa 2/3 di grappoli interi in fermentazione, è squisito. Un Syrah rifinito, sfaccettato, ricco e profondo che impressiona per statura e per finezza. Da non perdere.
  • Luigi Nastri è il nuovo chef di Creta, il ristorante che si trova all’interno dei Tenimenti. Senza stare a girarci troppo intorno una tavola da non mancare, una di quelle che valgono una convinta deviazione.
  • Bonus: nel 2016 avevamo scritto di Do.Te., “l’altro” progetto di Filippo Calabresi sul Syrah da una vigna terrazzata gestita in biodinamica.
Read Full Article
Visit website
  • Show original
  • .
  • Share
  • .
  • Favorite
  • .
  • Email
  • .
  • Add Tags 

È stata una dei personaggi più chiacchierati dell’ultima edizione di Masterchef. Espulsa e poi riammessa per un panetto di pasta brisè sparito: un piccolo caso che ha infiammato i fan della trasmissione e verrà ricordato come “il giallo della brisè”.

Manuela Costantini, 38 anni di Ascoli Piceno, alla fine non ha vinto, ma ha lasciato il segno: è stata anche protagonista  di un momento-cult dello show di Sky, quando durante una prova in una cucina da campo improvvisata ha lanciato – fra lo sconcerto generale – l’idea di preparare… clafoutis! Non proprio un dolce sprint. Il suo piatto del cuore che le ha permesso di arrivare a Masterchef si chiama “la merenda del topo di campagna e del topo di città”: è appunto una merendina salata di frittata soufflé, in doppia declinazione, dedicata ai protagonisti di una favola di Esopo.

D’altra parte anche lei sembra quasi uscita da un libro: un po’ Alice nel paese delle meraviglie, un po’ Mary Poppins. Ama Piero Chiara, il vintage e cucinare per i bambini. Ha un amore viscerale per la barbabietola e mille idee da sperimentare e riordinare, schizzando sugo sui muri di casa o inchiostro su un quaderno anni Sessanta scovato in un mercatino dell’usato di periferia. Finita l’avventura tv, è diventata un’aspirante sommelier Ais e per Intravino si è divertita ad abbinare un suo vino del cuore, al piatto creato per Masterchef, di cui vi proponiamo la ricetta originale con un’avvertenza: se volete replicarla… prendetevi una giornata libera!

«Un vino morbido e avvolgente che riesce a integrare bene l’anima del “topo di campagna” con quella del “topo di città” è sicuramente il Verdicchio dei Castelli di Jesi Classico ‘Le Oche’ Fattoria San Lorenzo», ci spiega Manuela. «Scelgo un vino della mia regione perché ai profumi di frutta fresca e di fiori bianchi come l’acacia unisce un intrigante tocco di mango e di salmastro che riesce ad armonizzare anche un piatto con così ingredienti diversi». Topi, oche, fiori, frutta e colori… ed è subito favola.

La merenda del Topo di campagna e del Topo di città

1. Topo di campagna:
Spugnetta al parmigiano e maggiorana fresca con finitura alla pizzaiola in cestino di parmigiano e manichetto di erbe aromatiche:

Ingredienti: x 2 persone

  • 3 uova;
  • 250 ml di passata di pomodoro di ottima qualità;
  • 250 gr di pomodorini ciliegini Pachino;
  • 1 scalogno piacentino;
  • 1 pizzico di ambra tropicale grattata (panetto di estratto di succo integrale di canna da zucchero colombiana, panela);
  • 150 gr di parmigiano reggiano grattugiato 30 mesi;
  • Rametti di maggiorana fresca;
  • Steli di erba cipollina;
  • Origano secco;
  • Mozzarella fiordilatte pugliese;
  • Olio extravergine di oliva monocultivar Coratina;
  • Sale di Mothia;
  • Mozzarella fiordilatte di Norcia o Colfiorito;
  • Basilico freschissimo;

Procedimento:
In una casseruola dal fondo in acciaio spesso e i bordi bassi, soffriggere in olio extravergine su fiamma vivace lo scalogno spellato assieme ad un pizzico di panela grattata per caramellarlo leggermente.
Aggiungere la passata di pomodoro a cucchiaiate e lasciar andare per qualche minuto rinsaporendola gradualmente cucchiaiata dopo cucchiaiata e fino a quando non inizia ad avere un profumo più morbido, ma sempre fresco e leggermente acidulo.

Nel frattempo, lavare e asciugare i ciliegini e tagliarli in 4 facendo scolare bene l’acqua di vegetazione ed eliminando i semi.
Buttare i ciliegini nella casseruolina del sugo. Far andare un paio di minuti sempre girando, poi abbassare la fiamma al minimo e apporre il coperchio lasciando aperto solo uno spiraglio per far sfogare l’umidità.

Completare la cottura in dieci, quindici minuti, aggiungendo anche un pizzico di origano secco. Spegnere la fiamma e lasciar riposare co in infusione una foglia di basilico freschissimo e perfettamente asciutto.

Preriscaldare il forno a 180°.
In una ciotola, sbattere delicatamente le uova con un pizzico di sale senza stracciarle, aggiungere le foglioline di maggiorana lavate e asciugate e 60gr di parmigiano grattugiato.
Ungere leggermente con olio extravergine uno stampo da muffin e riempirlo per due terzi col composto.

Infornare per una quindicina di minuti circa. Il soufflé deve rimanere morbido, ma tendenzialmente essere ben cotto.

Preparazione del manico del cestino:
Prendere sei fili di erba cipollina, unirli e con molta delicatezza annodarli ad una estremità.
Realizzare una treccina non troppo stretta tirando in maniera armonica per creare una forma arrotondata a ferro di cavallo.
Infilare disordinatamente dei rametti di maggiorana nelle anse della treccina e mettere da parte.

Preparazione del cestino di parmigiano:
Prendere un foglio di carta forno e con l’aiuto di un coppapasta in acciaio di grandi dimensioni disegnare un disco di parmigiano grattugiato e livellarlo uniformemente con l’aiuto dei polpastrelli, ma senza pressare.

Infornare per qualche minuto, finché non inizia a liquefarsi e a diventare elastico.
Tirare fuori quasi subito, finché è morbido, non deve scurire. Con l’aiuto di una paletta, adagiarlo sopra a una ciotolina rovesciata per fargli prendere la forma.
Aspettare una decina di minuti prima di usarlo.

Circa 5 minuti prima del termine della cottura del soufflé, estrarre dal forno e cospargere la superficie con una cucchiaiata generosa di sugo di pomodoro con pezzetti di ciliegini (non passare il sugo, la finitura rustica giova all’insieme ed è molto gustosa sotto ai denti grazie anche alla piacevole acidità di questa varietà di pomodoro) e il bocconcino di mozzarella ben strizzata. Rimettere in forno giusto per il tempo di far amalgamare i sapori e sciogliere la mozzarella.

Estrarre dal forno, far riposare un paio di minuti, sformare ed inserirlo nel cestino di parmigiano molto delicatamente per non farlo sbriciolare.
Sempre con molta delicatezza, inserire il manico di erbette nel soufflé, impiattare, guarnire con una fogliolina di basilico e servire.

2): Topo di città:
Soufflé con salmone affettato non affumicato vestito nella farina di castagne, con formaggio di capra, erbe provenzali e pesto di basilico e mandorle, nappato con marmellata di 5 varietà di mela (pinova, granny smith, fuji, golden delicious, kanzi) e petali di sale di Camargue, cetriolo e lime con baccello di vaniglia bourbon.

+ semi di zucca tostati pennellati al cioccolato fondente per sembrare semi di cocomero;

+ insalatina acidulata di cetriolo stick, mela granny e mela kanzi, con spicchi di lime e aceto balsamico di mela.

NB: Questo soufflé deve essere poco cotto, non appena cresce in forno deve essere lasciato appena un paio di minuti oltre solo per stabilizzarsi e poi subito essere tirato fuori.

L’uovo deve rimanere molto morbido internamente e il salmone quasi crudo, soprattutto se si opta per quello in carpaccio.

Ingredienti: x 2 persone

  • 3 uova;
  • 80 gr di salmone affettato non affumicato;
  • 50 gr circa di farina di castagne;
  • Una manciata di castagne secche;
  • Sale grosso;
  • Rosmarino;
  • Burro;
  • un mazzetto di basilico;
  • una manciata di mandorle pelate;
  • sale di Cervia o di Mothia;
  • 1 limone non trattato, succo e buccia;
  • una fetta di formaggio di capra non stagionato (toma o chèvre);
  • una manciata di semi di zucca;
  • 50 gr di cioccolato fondente;
  • 50 gr di parmigiano grattugiato;
  • erbe provenzali essiccate;
  • petali di sale di Camargue;
  • olio extravergine di oliva;
  • 1 mela Kanzi;
  • 1 mela Granny;
  • 1 lime;
  • 1 cucchiaio di aceto balsamico di mela;
  • 1 cetriolo;
  • Confettura fatta in casa di mela e cetriolo, con lime e baccello di vaniglia bourbon;

Procedimento:

Bollire le castagne (private della buccia legnosa) in acqua, sale grosso e un rametto di rosmarino.
A fine cottura, le castagne vanno spellate quando sono ancora belle calde, in questo modo la pellicina verrà via più facilmente e ci sono più possibilità che restino intere.

Preriscaldare il forno a 180°.
In una padella antiaderente tostare dei semi di zucca saltandoli una decina di minuti.
Aspettare che si raffreddino.

Sciogliere a bagnomaria del cioccolato fondente e con l’aiuto di un pennellino dipingere i semi di zucca.
Disporli ben distanziati su della carta forno ad asciugare e metterli da parte.

Lavare e asciugare molto bene le foglie di basilico. Tostare le mandorle e aspettare che si raffreddino.

Sbattere delicatamente le uova (non devono fare schiuma) in una ciotola assieme ad un pizzico di sale e alle erbe provenzali sbriciolate coi polpastrelli.
Aggiungere un cucchiaio di parmigiano reggiano grattugiato e la buccia grattugiata del limone non trattato facendo attenzione a non grattare anche il bianco che è amaro; mettere da parte.

Mettere nel tritatutto le foglie di basilico, le mandorle e un cucchiaino di olio extravergine di oliva; iniziare a triturare con brevi input per evitare che dal basilico fuoriesca acqua di vegetazione e dalla mandorla gli oli essenziali. Mettere da parte.

Su un tagliere perfettamente pulito adagiare la fetta di salmone e cospargerla con la farina di castagne (deve esserne ricoperta, ma non in uno strato troppo spesso).

Imburrare lo stampo scelto per il soufflé e infarinarlo con la farina di castagne; adagiarvi sul fondo con l’aiuto di un mestolino un po’ delle uova sbattute; aggiungere dei dadini di formaggio di capra e poi il salmone, poi le castagne sbriciolate dopo aver ben eliminato ogni traccia di rosmarino;

ricoprirlo con altro formaggio di capra e con un cucchiaio generoso di pesto ben distribuito.

Finire con l’uovo sbattuto rimasto, tenendo presente che lo stampino va riempito per i due terzi per evitare che l’uovo gonfiando in cottura fuoriesca.

Infornare per circa 20 minuti scarsi.

Sciacquare il cetriolo sotto l’acqua corrente e tagliarne le estremità. Strofinare energicamente le due testine asportate lungo i tagli praticati in prossimità del capo e della coda per permettere all’acqua di vegetazione di affiorare ed essere eliminata perché può essere amara.

Con un pelapatate spellare il cetriolo e, con un coltello affilato e un tagliere, tagliarlo in stick eliminando anche l’interno con i semi (deve rimanere solo la parte più croccante del cetriolo).

Sbucciare e tagliare le due mele in fettine sottili, metterle in un piatto fondo assieme al cetriolo e irrorarle con qualche goccia di succo di limone per non farle ossidare e metterle da parte.

Tirare fuori il soufflé dal forno e sformarlo sul piatto da portata, farlo riposare un paio di minuti e napparlo con una cucchiaiata generosa di marmellata di mele e cetriolo ben fredda e finire con qualche petalo sparso di sale di Camargue.

Aggiungere l’insalatina acidulata di cetriolo e mela granny e kanzi e condirla con qualche goccia di olio extravergine di oliva e di aceto balsamico di mela (rispettando quest’ordine; l’olio infatti velerà la mela e il cetriolo e l’aceto non li inzupperà, risultando così meno aggressivo e rispettando l’idea dolce di fondo del piatto). Non salarla.

Finire con qualche seme di zucca dipinto al cioccolato fondente, disposto con la faccina al cioccolato verso l’alto.

Ricetta della marmellata di cinque varietà di mela (Kanzi, Granny Smith, Pinova, Fuji, Golden Delicious), cetriolo, lime e baccello di vaniglia Bourbon:

Ingredienti:

  • 2 mele Pinova;
  • una mela Granny Smith;
  • due mele Fuji;
  • due mele Kanzi;
  • due mele Golden Smith;
  • un cetriolo;
  • uno o due lime;
  • un baccello di vaniglia Bourbon;
  • un cucchiaio di Anisetta Meletti;
  • zucchero semolato (per un chilo di frutta pulita, 350/400 gr di zucchero, a seconda della dolcezza della frutta impiegata);

Procedimento:

Nb: Per prima cosa sterilizzare i barattoli di conservazione della marmellata con il procedimento di sicurezza delle conserve casalinghe.

Sbucciare le mele, irrorarle col succo di un lime per non farle annerire; sbucciare anche il cetriolo col pelapatate dopo aver rimosso le due estremità e averle strofinate energicamente lungo i tagli per far fuoriuscire sotto forma di schiuma l’acqua amara di vegetazione;

disporre lo zucchero in una casseruola d’acciaio dal fondo spesso e i bordi altri, adagiarvi il baccello di vaniglia e il cetriolo; infine i pezzi di mela.

Se ci si dovesse accorgere che la mela sta annerendo, eventualmente aggiungere un altro mezzo lime spremuto (del lime va usato solo il succo e mai il frutto per intero, perché al supermercato si trovano sempre e solo lime trattati chimicamente in superficie e quindi la buccia non è edibile).

Aggiungere mezzo bicchiere d’acqua a temperatura ambiente e porre su fuoco bassissimo con coperchio lasciando una fessura per permettere all’umidità di fuoriuscire.

Non girare mai per almeno due ore, ma sorvegliare ogni tanto. Se si dovesse attaccare, iniziare a mescolare, ma solo se ci si accorge per tempo e non sta già bruciando, perché se si formano parti nere sul fondo, il sentore amaro potrebbe essersi già diffuso a tutto e allora meglio rinunciare o ricominciare da capo.

A cottura ultimata (per regolarsi, vale il trucco della nonna di versare un goccia di marmellata su un piattino e inclinarlo: se la goccia rimane bella ferma, la marmellata è pronta! Se la goccia “corre via” allora significa che deve restare sul fuoco ancora un po’), spegnere il fuoco e farla riposare un paio di minuti. Rimuovere il baccello di vaniglia e frullarla, oppure passarla col passino vintage a manovella per il sugo (meglio quest’ultimo nel caso in cui nella marmellata vi fossero frutti con semi minuti che non possono essere rimossi; i semi frullati infatti possono risultare amari, è questo il caso della marmellata di pomodori verdi, o delle marmellate che contengono chicchi di melograno).

Versare un cucchiaio di Cointreau nei barattoli sterilizzati, avvitare il tappo (le capsule devono essere nuove ogni volta, sempre per questioni di sicurezza e di tenuta) e agitare leggermente per permettere al liquido di distribuirsi uniformemente lungo le pareti del barattolo.

Versarvi la marmellata ancora calda, riempiendolo il più possibile per evitare di lasciare intercapedini tra la superficie della marmellata e il tappo. Avvitare stretto stretto e disporre i barattoli capovolti a raffreddare.

Read Full Article
Visit website
  • Show original
  • .
  • Share
  • .
  • Favorite
  • .
  • Email
  • .
  • Add Tags 

Un pic-nic in famiglia o tra amici, immersi nel verde dei paesaggi toscani, degustando all’aria aperta alcuni tra i migliori vini della produzione Toscana. È il “Pic-nic del Vignaiolo”, l’appuntamento che, per il primo anno, FIVI Toscana ha organizzato coinvolgendo alcuni tra i soci Vignaioli.

Sabato 2 e domenica 3 giugno, un weekend di relax per assaggiare i vini più caratteristici della Toscana e incontrare alcuni Vignaioli a casa loro, proprio lì dove i grappoli vengono raccolti e dove tradizione e territorio si incontrano nella storia e nei prodotti che ogni cantina ha da raccontare.

Da Firenze a Grosseto, attraversando le colline toscane, si potrà trascorrere una giornata tra i filari, portando con sé il proprio cestino, per un pranzo al sacco in compagnia. Diverse a seconda dell’azienda le formule a disposizione del visitatore: per chi volesse vivere appieno il viaggio alla scoperta delle cantine del territorio, sarà possibile ritagliarsi un momento lontano dalla città, pernottando in strutture circondate dalle vigne. Per chi desiderasse rendere la degustazione un’esperienza di gusto ancora più completa, non mancheranno le cantine che proporranno in aggiunta alcuni prodotti tipici da abbinare ai vini in degustazione.

Il vino al calice sarà naturalmente protagonista indiscusso, con il rosso a farla da padrone grazie alle tante interpretazioni del vitigno principe della regione, il Sangiovese, insieme a tanti altri uvaggi caratteristici. Ma niente paura per gli amanti del bianco: sarà possibile degustare vini da vitigni autoctoni come Vernaccia, Vermentino e Trebbiano. Non mancheranno infine rosati e originali bollicine da fermentazione spontanea.

Sono in tutto 16 le aziende coinvolte nell’iniziativa distribuite: nella provincia di Arezzo La Salceta, nei dintorni di Firenze Fattoria Casa Sola, Fattoria di Poggiopiano, il Peraccio, il Sassone, la Querce, Tenuta del Palagio, vicino a Grosseto Casavyc, Diegale, Fattoria la Maliosa, Poggio l’Apparita, Poggio al Gello, Poggio la Luna, senza tralasciare la Fattoria di Statiano in provincia di Pisa e infine Cappellasantandrea e Palazzo di Piero sulle colline senesi.

Tante dunque le possibilità offerte dal “Pic-nic del Vignaiolo” per rispondere alle diverse esigenze dei partecipanti.

Sul sito web si potranno consultare costi, orari e modalità offerte da ciascuna cantina coinvolta e costruire il proprio percorso personalizzato prenotando la formula preferita:

www.picnicdelvignaiolo.it

sponsor post

Read Full Article
Visit website
  • Show original
  • .
  • Share
  • .
  • Favorite
  • .
  • Email
  • .
  • Add Tags 

Del perché il sottoscritto fino a pochissimi giorni fa fosse in Cina avevo scritto qui. Quest’anno il Concours Mondial de Bruxelles si è tenuto a Pechino e più precisamente nel distretto di Haidian, il secondo per numero di abitanti e quello che viene preso come riferimento per università e industria high-tech. Una sorta di Silicon Valley cinese che può inoltre vantare al proprio interno patrimoni dell’umanità come il Palazzo d’Estate, lo splendido parco imperiale voluto dalla Dinastia Qing.

Finito il Concorso mi sono fermato in città per qualche giorno, chissà infatti quando avrei avuto la possibilità di tornare (spoiler: Pechino mi ha incantato, la prossima occasione non arriverà mai abbastanza presto). Tra le tante cose che mi ero riproposto di fare quella di assaggiare un certo numero di birre artigianali, più di una volta cercando informazioni di carattere turistico mi ero imbattuto su segnalazioni relative alla scena cittadina. Detto, fatto: in chiusura dei miei lunghissimi tour in metropolitana o in bicicletta ho sempre cercato di fare tappa in questa o in quella taproom, luoghi privilegiati nei quali provare a farsi un’idea del livello medio delle birre prodotte nella Capitale. Ecco quindi un brevissimo quanto incompleto report nato grazie a 3 serate passate in 3 diversi locali, momenti durante i quali -dove possibile- ho ordinato un set di degustazione, la classica tavoletta su cui vengono appoggiati 3 o 4 taster, piccoli bicchieri ideali per assaggiare molte cose senza eccedere in quantità. Sono andato completamente a random seppur facendomi consigliare e mi sono segnato sul taccuino solo quelle che ho preferito.

Great Leap Brewing

Il primo dei 3 locali aperti da Great Leap in città è un gioiello, il #6 (in Cina il numero 6 è uno di quelli che portano fortuna, in questo caso è però molto più banalmente il numero civico). Lo si trova camminando per centinaia di metri nella penombra e nel silenzio che caratterizza gli hutong, i vicoli della città vecchia nel distretto di Dongcheng, a nord della Città Proibita. All’improvviso il rumore che arriva dal cortile interno e l’insegna minimale in due lingue fuori dalla piccola porta di legno non lasciano spazio a dubbi, impossibile si possa trattare di altro (anche visto il gran numero di occidentali presenti). Si tratta di uno degli storici birrifici artigianali di Pechino, aperto dall’americano Carl Setzer e da sua moglie Liu Fang nel 2008.

La Iron Buddah è una Blonde Ale prodotta con l’infusione di tè semiossidato prodotto nella provincia del Fujian. Appagante. La Honey Ma è forse la loro birra più conosciuta e da quello che mi è sembrato di capire anche la più premiata. Una Golden Ale impreziosita con miele di produzione locale e bacche di pepe di Sichuan di gran beva, giocata su una certa florealità più che sul frutto e da una luppolatura di grande equilibrio. Per me un convinto sì. La Hidden General è una Session IPA di gran leggerezza e al tempo stesso personalità, prodotta anche in questo caso con l’infusione di tè Oolong prodotto a Taiwan. Non un mostro di complessità ma davvero piacevolissima, centrata nei profumi (mango, pompelmo, malvasia, tè) e nell’amaro. La Illegitimate General è un’APA abbastanza didascalica, agrumata e vegetale, buona ma che fatica a lasciare il segno in termini di personalità.

Jing-A Brewing

Lo stabilimento produttivo si trova nella zona residenziale di Sanlitun, quartiere compreso nel gigantesco distretto di Chaoyang (oltre 3,5 milioni di abitanti), ed è particolarmente suggestivo: ci si ritrova a bere letteralmente all’interno del birrificio, durante l’orario di apertura del locale le stanze adibite alla produzione vengono chiuse con delle serrande scorrevoli e si alternano a quelle pensate per la somministrazione (per dire: quando sono entrato avevano da poco lavato alcune vasche e per terra l’acqua ha continuato a scorrere per un po’). Questo, ancor più del precedente, è un progetto di stampo tutto nordamericano: gli statunitensi Alex Acker e Kris Li lo hanno aperto nel 2012 dopo essersi trasferiti a Pechino.

Il livello è alto. La Tuhao è una Pilsner dal tocco piacevolmente luppolato, mi ha ricordato l’italianissima Tipopils anche se in chiave un filo più leggera. In tutti i casi grande inizio di serata. La Imperial Koji una Saison di gran fattura, appena limonosa e pepata ma sopratutto caratterizzata dagli aromi più classici: fieno, paglia, campagna assolata. È quella che ho preferito. La Full Moon è una Farmhouse Ale di stampo mielato e da rimandi speziati in particolare di zenzero e di pepe (non a caso: viene usato in infusione). La Worker’s è un’APA rinfrescante ed equilibrata, poco incisiva in termini di peso specifico ma definita in ogni sua parte, anche nell’amaro (non eccessivo).

Slow Boat Brewery

La taproom di Slow Boat è appena un chilometro più in là, nel cuore commerciale di Sanlitun, proprio di fronte allo spettacolare grattacielo che ospita l’hotel Intercontinental. Uno spazio aperto nel 2016 impressionante per grandezza che si sviluppa su 3 piani, tutti anche dedicati alla produzione. Il progetto è degli americani Daniel Hebert e Chandler Jurinka e nasce nel 2011 dal nome della canzone Slow Boat to China di Peggy Lee e Bing Crosby.

La Zombie Pirate è una Pale Ale dagli aromi agrumati e piacevolmente maltati, cedro e caramello, con un bel tocco di amaro in chiusura. La Flying Boat una Sour spiccatamente luppolata, fruttata e fortunatamente ben bilanciata nell’acidità anche lattica. La Monkey’s Fist un’Imperial IPA potente e gustosa, al cui interno l’abbondanza di luppolo Citra fa il suo lavoro: mango come piovesse affiancato da note di resina di pino e di agrumi. L’alcol si sente appena grazie a una struttura rifinita nell’architettura, morbida e piacevolissima nell’amaro. Un grande sì.

Birre quindi mediamente tutte molto buone, magari senza particolari picchi di eccellenza ma che hanno ampiamente, e sottolineo ampiamente, superato le aspettative. Un tour molto breve i cui stimoli più interessanti mi sono sembrati provenire da quelle birre che prevedono nella loro ricetta un certo legame con il territorio. Non una questione fideistica, anzi, l’impressione è però fossero quelle che avevano qualcosa di più divertente da dire soprattutto in termini organolettici. Si tratta però di una considerazione poco più che laterale, quelli citati sono tutti locali davvero significativi che servono birre seppur di chiara ispirazione americana molto, molto contemporanee e altrettanto godibili. Torno presto, o almeno spero.

Read Full Article
Visit website
  • Show original
  • .
  • Share
  • .
  • Favorite
  • .
  • Email
  • .
  • Add Tags 

Nebbiolo Prima 2018, secondo giorno di assaggi in orizzontale dedicati alla sponda sinistra del fiume Tanaro. Due anni fa, dopo l’assaggio di Roero 2013 e Riserva 2012, scrivevo “Cari produttori del Roero (rosso), sarà ora di fare un esame di coscienza?“. Ne discutemmo a lungo e confrontarsi è sempre utile. Quest’anno, ho trovato ben altra musica.

Buona prestazione complessiva per i Roero 2015, annata abbastanza semplice in vigna: equilibrata, di tendenza calda, dolce ma con adeguata acidità. L’alcool è tenuto abbastanza sotto controllo, i profumi sono chiari, le morbidezze presenti con tannini dolci. I vini risultano equilibrati e bevibili, godibili da subito o da bere nel medio periodo.

All’opposto la 2014, annata di cui abbiamo assaggiato i vini Riserva, millesimo freddo e piovosa, perfetto per far ammattire i produttori. Proprio per questo tanti produttori credo abbiano fatto una superselezione dei grappoli, spingendo poco poi in vinificazione per paura di sovraestrarre tannini. Questo secondo me ha pagato: molte riserve sono rigorose, sanno di nebbiolo, i tannini sono belli vivi e non sabbiosi, i vini coniugano la golosità dei base con la complessità che solo il nebbiolo raccolto tardi sa dare. Sempre presenti alcune esagerazioni di legno e sovraestrazioni, ma la media vede vini più equilibrati e meno pacioccati in cantina.

Ecco i vini più interessanti della giornata, scelti tra i 24 Roero 2015 e i 9 Riserva 2014.

–   Careglio Pierangelo, Roero 2015:  da uno dei produttori più affidabili per qualità e costanza della denominazione un vero nebbiolo dal frutto chiaro, salino, non intensissimo ma comunque profondo. Tannino presente, saporito di lunghezza coerente. Venato da una leggera riduzione che va via in fretta.

–   Marco Porello, Roero Torretta 2015: naso con personalità e profondità, venato di vegetale, spezie, financo pepato. Bella bocca equilibrata, acida, scorrevole, lunga, salina nel tannino arrotondato di corredo.

–   Costa Catterina, Roero 2015: floreale aperto, leggero sbuffo alcolico, frutta matura senza passare oltre, bocca acida con tannino presente, non lunghissimo ma molto scorrevole. Bevibilità al top per la denominazione, peccato che la bottiglia vuota pesi 2 chili e non faciliti la mescita del vino.

–  Morra Stefanino, Roero 2015: riduzione, poi petali di rosa, fruttini piccoli, nebbiolo del Roero ben fatto e tipico. Bocca sufficientemente acida con tannino presente. Buona lunghezza.

–  Giovanni Almondo, Roero Bric Valdiana 2015: vinificazione più spinta ma entro i confini della complessità: floreale fresco, spezie dolci, salino che sfora nel piccante. Frutta matura. Tannino molto fine ma presente, media lunghezza. Grande compagno della cucina piemontese classica.

–  Negro Angelo e Figli, Roero Prachiosso 2015: spezie dolci, accenni di vaniglia e legno dolce, ma anche frutta chiara, rosmarino, lavanda. Bocca tonda in equilibrio, lunga. Tornano le spezie a retronaso ma il vino ha una quadra, spostata su una vinificazione del nebbiolo più moderna.

–  Malabaila di Canale, Roero Castelletto Riserva 2014: la vera sorpresa della giornata, naso da nebbiolo freddo, fiori, vegetale, accenni di clorofilla, molto molto minerale, quasi inusuale per la denominazione. Olfatto ammaliante e cangiante, sconta solo una leggera riduzione iniziale. Bocca acida, piena e fruttata, tannino risolto, lungo. Tornano le spezie. Sul sito aziendale ho visto che è affinato in barrique. Deduco di molti passaggi, altrimenti chapeau.

–  Federico Destefanis, Roero Riserva 2014: naso fruttato quasi da pinot nero, interessante sebbene non intenso. Riservato, in bocca il tannino è presente ma rimane sferico e di buona lunghezza. Acidità ripulente, torna il vegetale al fondo.

–  Malvirà, Roero Vigna Renesio Riserva 2014: intenso floreale, frutta molto matura e spezie dolci. Naso ficcante e potente. Bocca piena, saporita, lunga, golosa.

Nota a margine: nella presentazione delle denominazioni ci hanno spiegato che da quest’anno il Roero Arneis si potrà chiamare anche semplicemente Roero per un cambiamento del disciplinare; anche se per il rappresentante del Consorzio probabilmente nessuno userà questa possibilità (??).

Ci veniva spiegato che nel mondo anche altri grandi comprensori vitivinicoli fanno lo stesso, primo tra tutti la Borgogna.

In Borgogna, però, l’unica appellation dove bianco e rosso hanno lo stesso nome è il Bourgogne “base”, a meno di sporadiche e puntuali produzioni legate al pinot blanc o appellation non primarie tipo Rully, Santenay o Chassagne. Quindi confrontare una DOGC che cerca maggiore visibilità e “nobiltà”, con una appelation base-base rende il discorso decisamente riduttivo. A meno che il confronto non si riferisse al Musigny (blanc) di De Vogue o al Clos de Mouches di Drouhin, i due unici introvabili vini di peso con lo stesso nome sia bianchi che rossi. Ma ne dubito.

Mi chiedo se abbia senso cambiare già il disciplinare per una denominazione così giovane.

Read Full Article
Visit website
  • Show original
  • .
  • Share
  • .
  • Favorite
  • .
  • Email
  • .
  • Add Tags 

Nel turbinio delle infinite degustazioni e degli eventi di questo mese, vengo colto di sorpresa da un fuori programma offertomi da un caro amico: è il P-DAY, l’evento bolognese organizzato da Pezzini Distribuzioni a Villa Zarri. Gli elementi della felicità ci sono tutti: villa pazzesca del ‘500, giardino con prato inglese, bel tempo (almeno a tratti…), cibo, masterclass, aste di beneficienza e vino, tanto vino, dall’Italia e dall’estero.

Prima di tuffarci nel formicolante salone al primo piano, voliamo al secondo per avvinare i calici con una masterclass su Bolgheri: protagonista il Paleo dell’azienda agricola Le Macchiole, in una mini-verticale. A guidarci nella degustazione c’è Cinzia Merli Campolmi, donna coraggiosa e determinata alla testa dell’azienda dal 2002, dopo la scomparsa prematura del marito Eugenio. Insieme avevano scommesso tutto su Bolgheri negli anni ‘80, quando non c’era ancora nessuna avvisaglia dell’enorme successo che avrebbe avuto, solo 20 anni dopo, quel fazzoletto di terra tra il mare e le colline toscane. La loro temerarietà stava anche nella decisione di rinunciare al sangiovese per puntare su vitigni diversi, più adatti al territorio e più in linea con la visione aziendale di esprimere al meglio Bolgheri.

La scelta ricadde quindi su merlot, syrah e cabernet franc, con l’intento di vinificare essenzialmente in purezza. Il Paleo, infatti, è frutto di cabernet franc 100% (almeno dal 2001 in poi) e il piccolo excursus parte dall’annata 2005 per poi toccare la 2007, la 2008, la 2012 e la 2013. Il fascino delle verticali è molteplice, ti mettono di fronte all’evoluzione di un prodotto, alla trasformazione operata dal tempo al buio delle cantine, al valore dell’attesa. Ti danno, inoltre, una prova tangibile dell’impronta che l’annata lascia sul vino e della capacità del produttore d’interpretarla secondo il proprio stile.

L’esempio, in questo caso, è lampante, la 2005 fa storia a sé, segna una linea di demarcazione tra annate più o meno regolari e calde (o molto calde come la 2008) e quelle più temperate e piovose, difficili. Nel bicchiere le cose stanno così: mentre la formazione 2007, 2008, 2012 e 2013 è accomunata da un filo conduttore d’intensità e potenza, pienezza di sorso, materia e muscoli, la 2005, invece, è la realizzazione di un’eleganza liquida. Eleganza tradotta al naso con note sfumate e cangianti di fiori secchi, origano, tabacco, olive in salamoia, erbette officinali e resina, in bocca scivola come seta, è snello e sapido e invita a bere. Questa facilità di beva è un valore aggiunto, una qualità, forse peculiare, di annate in cui la piena maturazione polifenolica e zuccherina non viene raggiunta e il vino risulta più esile, pronto e immediato (vedi 2014), ma non per questo meno all’altezza della sfida del tempo (Keep Calm and Love Annate Difficili!).

Finita la Masterclass, i due piani della villa sono affollati e caotici e la memoria sensoriale lascia spazio a quella artificiale (benedetto telefono!), eccezion fatta per un esemplare molto particolare di vino da uve appassite che quasi snobbavo e, invece, mi ha fatto rizzare tutte le papille: l’Apeyron di Villa Venti.

È un vino multiforme, archetipale e sperimentale allo stesso tempo, sfugge alle definizioni standard, assomiglia a un vinsanto ma non è un vinsanto, è simile a un passito, ma, neanche in questo caso, si può definire un passito. Prodotto con uve famoso 100% (un vitigno autoctono romagnolo molto simile alla malvasia) appassite, il cui mosto viene fatto fermentare con una madre acetica di più di 80 anni in quevri georgiani da 80 litri. Poi entra in una sorta di metodo solera fatto di piccoli contenitori d’acciaio colmi e sempre con parte della madre acetica che viene tenuta costantemente viva e alimentata. In seguito è imbottigliato ed etichettato con elastici e stampa, su cartoncino rimovibile, che mostra l’Uroboro, il serpente del cerchio infinito, infinito come, potenzialmente, la vita della madre acetica. Tutto torna e riecheggia nel calice in una potente armonia di contrasti: si avverte subito una leggera volatile che lascia spazio alle note ossidative, si apre quindi un ventaglio di profumi di miele, albicocca, nocciola e canditi, poi resine, foglia di tè e sbuffi iodati. In bocca è una goduria, perché la freschezza e la sapidità contrastano l’importante residuo zuccherino e il vino non risulta mai stucchevole.

Rimango come assorto a contemplare gli ultimi raggi di sole pomeridiani e le ultime gocce nel calice, ripenso al nome, Apeyron che in greco vuol dire infinito.

P.S.: Ho provato il Kurni 2015 di Oasi degli Angeli per la prima volta e mi sono venuti gli stessi dubbi di Sara Boriosi. Di certo andrò all’inferno assieme a tutti quei siciliani a cui non piace la cassata, ma se proprio devo suggere nettare mellifluo passo alla categoria vino passito.

Read Full Article
Visit website
  • Show original
  • .
  • Share
  • .
  • Favorite
  • .
  • Email
  • .
  • Add Tags 

Le orme dei padri sono esperienza e memoria, non prototipo. I passi dei figli le seguono: se vi si attagliassero perfettamente, sarebbero facili esercizi d’emulazione. Saša ha camminato sulle tracce impresse dal padre senza sviare, né ricalcandole pedissequamente. Ha affiancato Stanko per lungo tempo prima di ricevere da lui il testimone; ha regolato il passo su quello del primo, illustre frazionista, senza necessariamente imitarlo. Con il risultato, per nulla scontato, che oggi il suo vino non è semplicemente quello del figlio di, e che quello di ieri, da par suo, non fu vino esclusivamente del padre. I pochi che hanno potuto seguire da vicino le prove quotidiane di questa staffetta, e tra questi Sandro Sangiorgi che ne ha raccontato alcuni brani, sanno quanto sia riduttivo e capzioso liquidare un passaggio di testimone come mera questione d’eredità o avita saggezza:

S.S.: «E dopo tutte le sperimentazioni, con quante certezze siete rimasti?»

S.R.: «Ovviamente con nessuna.»

C’era una volta la nota, scritta tempo fa e dimenticata in un taccuino, su un vino indimenticabile per bontà e per contesto. Un compagno di letture:

Jakot 2003 Radikon
Bevevo. Intanto leggevo una pagina presa a caso: recitava che le parole sono pietre (C.L.). Questa è una verità, o quanto meno dovrebbe esserlo. Ma le parole, salvo rarissimi casi, non sono più pietre. Semmai aria. E se pure è vano pretendere che siano veritative e riferiscano della realtà, quella invocata abusivamente a modo e comodo nostro, che siano almeno scabre e gravi. Incisive. Ruvide e traccianti: che la segnino, la verità. Le parole sul vino, in particolare, sono invece il più delle volte surrogati. Ammennicoli ancillari. Parole tirate per sbigottire: tiri a effetto – perché è sempre l’effetto che si cerca, non il centro – ma ampiamente fuori dallo specchio della porta. Di conseguenza questo vino dovrebbe restare non parlato. Parla già lui, che è campione di poliglottismo e polisemia. Parla per farsi ascoltare, non per fare effetto. Quindi dice sempre il giusto. Per esempio: dice giustamente che le parole sono pietre e ponca, che hanno sapori e significati che sfuggono a capricci, limiti e storture dell’effabile.

Chiuso il libro, l’abitudine riprende il sopravvento. E la penna. Tanti anni portati splendidamente. Fresco, dalla beva trascinante, pieno di slancio, succo e consistenza. E che presa, che presenza, che progressione. Un bouquet ricco per definizione e stratificazione degli aromi (agrumi, mirabelle, frutta esotica candita, radici, spezie dolci), avvincente. Degli Jakot di Radikon e sodali è tra i migliori mai assaggiati, forse il più compiuto.

La nota è ricomparsa un paio di giorni dopo l’incontro con Saša Radikon a Porthos. Poche parole e nove vini per riflettere. Anche sul riscontro non banalmente utilitaristico, propagandistico o esornativo fornito dal pregio dell’invecchiamento. I più maturi sono stati i più buoni, ciò che è valso specialmente per gli Jakot.

Jakot I.G.T. Bianco Venezia Giulia 2005
Apertura in guisa di Sercial. Concentrazione, composizione e complessità, un soffio nobile d’ossidazione, asprezze e dolcezze agrumate, nocciole, marzapane, frutta disidratata, muschi e alghe. Calore e pungenza non invandenti, fanno da vettori olfattivi e sostengono la beva in progressione e profondità. Apertura sferzante per acidità e sapidità, lo sviluppo come un fugato di frutta candita e mare. Fase centrale piena e materica, lungo finale con cenni di mollusco, fico, frutta candita, cola, erbe e tanto sale. Cangiante e serrato. Indicazione di movimento da ricercarsi tra i tempi veloci.

Jakot 2008
Di più distesa eleganza, aperto e partecipe nell’ampio e lento bouquet di scorze d’agrumi candite, arancia amara, pot pourri di fiori, rosolio e rabarbaro. Qualche minuto ed erompe la nota alcolica, che è calore ed essenza al modo dei migliori distillati, un rimando a palinka e šljivovica, acquavite di albicocca, idromele. Bocca energica e radente con pesca e albicocca in primo piano – Sangiorgi: «La pesca del Tocai» – mandarino, anice stellato e china. Finale nettamente sapido, di grande pulizia.

Jakot 2009
Difficile ritrovare nella memoria un altro vino, almeno uno che non fosse vendemmia tardiva o passito, tanto immediato per chiarezza e ricchezza di frutta gialla matura e candita, nostrana ed esotica, con gli agrumi in primo piano. Ne ha i profumi, ne ha i sapori con tanta polpa dolce e morbida ma innervata di freschezza vibrante, disinvolta, tale da rendere il sorso agile nello sviluppo, succoso, goloso per articolazione e definizione dei sapori. Freschezza e sapidità salienti, finale lunghissimo e solare, allegro e pieno di dettagli.

Jakot 2011
Aperto al naso, effusivo ed esuberante. Non si fa desiderare, piuttosto si offre disteso e netto nei profumi di pesche, arance, mirabelle e ibisco. Bocca in contrappunto: risolutamente serrata, piena, nervosa, connotata da freschezza infiltrante, grande concentrazione e impressione gustativa perdurante. Denso e ad alto potenziale.

Ribolla I.G.T. Ribolla Gialla Venezia Giulia 1995
Presenta generosamente, in grande parata, la raggiunta maturità con fieno, liquirizia, radici, nocciole, burro d’arachidi, pomodoro confit e un punto di rancio. Bocca eminentemente salata, dalla tensione risolta, agita in scioltezza. Sviluppo di avvolgente rondeur e sostenuto da freschezza infusa, alternato tra le note di frutta matura e quelle di china, miele amaro, rabarbaro e spezie dolci. Finale lunghissimo e profumato di rose passe, caloroso, corroborante. Una bottiglia delle ottocento prodotte e mai messe in commercio, una sorta di prova d’autore che ci aveva già conquistati.

Ribolla 1998
Prevalgono le note tostate di arachidi e caffè e quelle amaricanti di china e cola, il frutto – candito: agrumi, papaya e zenzero – resta sullo sfondo. Il sorso è contraddistinto da un respiro più calmo e regolare, tannini morbidi e avvolgenti, sapidità saliente in attacco e frutto candito di conserva, con le note di erbe officinali a segnare la cadenza insieme a sale e terra.

Ribolla 2003
L’annata ribollente e sfibrata per antonomasia regala una Ribolla di freschezza ed energia intatte. Slancio, effusioni e grazia giovanili, naso di grande complessità e concentrazione con agrumi, albicocca, mora di gelso e cotogne, note salmastre e speziate, vaniglia e muschio. Prende il palato per diffusione ed energia, incede teso e cadenzato da tannini potenti, ha allungo, sapidità e una riserva di freschezza inesausta che riverbera in persistenza.

Ribolla 2008
Naso pindarico: vola repentino e senza il conforto di facili paracaduti, noncurante delle convenzioni, tra spessore e ariosità, droiture e volume, amarezze e dolcezze (le radici, i canditi, il marzapane), il soffio alcolico del rhum agricole e l’acqua di rose. Verde di erbe, rosso di arancia, fico d’india e rabarbaro, bianco di sakè e di gelso. Bocca vibrante per freschezza e nerbo, dritta, di grande e ancora irrisolta concentrazione. Lunga vita a lui e a noi per seguirlo.

Ribolla 2016
Il vino non è ancora in commercio ma a Saša è piaciuto condividerlo qui. È buono, è in nuce, chiede paziente attesa per farsi grande. Quel che è ora, è ovvio: ritrosia, tensione, concentrazione. Frutta matura, mandorla, nocciola e spezie accennate. Sorso all’insegna di sostanza e impressione tattile, carnoso e sapido, fresco, dalla presa marcante, decisamente robusta in attacco e carezzevole in progressione. A chi sa formulare giudizi estetici basandosi sulle radiografie – io non sono un radiologo – potrà bastare.

Read Full Article
Visit website
  • Show original
  • .
  • Share
  • .
  • Favorite
  • .
  • Email
  • .
  • Add Tags 

In occasione del portfolio tasting di Vintus, azienda statunitense che importa vini, ho avuto l’opportunità di incontrare Miriam Lee Masciarelli, brand manager delle tenute agricole Masciarelli, ragazza molto simpatica e soprattutto con delle idee chiare e molto promettenti. Le ho fatto qualche domanda durante un pranzo dedicato ai suoi vini.

Ciao Miriam e ben tornata a New York, città che conosci abbastanza bene visto che hai vissuto qui per una breve periodo. Entro subito in argomento chiedendoti da quanto tempo lavori nel mondo del vino e soprattutto chi ti ha trasmesso questa passione.
Dunque, devo ammettere che sono cresciuta in questo mondo; sin da piccola ne ho fatto parte, quasi inconsapevolmente. Sai, i miei genitori non avevano molto tempo da dedicare alle vacanze, quindi l’unico modo per stare tutti insieme era di seguirli durante le fiere internazionali, nelle degustazioni e nei vari eventi promozionali. La cosa si ripeteva anche a casa, specie quando li seguivo nelle vigne e alla sera mi ritrovavo tutta di color blu per via dello zolfo usato nei campi.
Ho ricevuto tanti insegnamenti a partire dalla più tenera età, quando con Gianni, mio padre, avevamo la consuetudine di andare una volta all’anno a Bordeaux – la “tonnellerie” dove lui sceglieva personalmente i legni era lì vicino – e passeggiavamo tra le vigne di Pomerol. Gianni non smetteva mai di dirmi quanto importante fosse trattare la propria vigna come un giardino, poiché ottenere con il proprio sacrificio uve straordinarie è la chiave di tutto.
Ho avuto il privilegio di venire a contatto con persone che hanno fatto la storia del vino e della ristorazione italiana, quindi è stato facile per me innamorarmi di questo mondo.
Ti dirò di più, “il vino è puro innamoramento”, quindi cosa c’è di più straordinario?!

Posso solo immaginare ciò di cui parli e certamente vedo l’emozione che tutto ciò ancora suscita nei tuoi occhi. Parlami della tua azienda, ti va? Ne ho sempre sentito parlare ma devo confessarti che non so molto.
Certamente, con vero piacere.
La cantina è stata fondata nel 1981 da mio padre Gianni Masciarelli; pensa che iniziò con due ettari affittati dal nonno; a quel tempo la mia famiglia si limitava a produrre e vendere il vino alle cantine limitrofe. Gianni capì immediatamente il potenziale del territorio abruzzese ed essendo stato uno dei primissimi a credere in questo, iniziò quasi una sorta di “rivoluzione” nel modo d’intendere il vino in Abruzzo.
Essendo non solo appassionato ma, soprattutto, profondo conoscitore di tutto ciò che circonda questo settore, iniziò a studiare tutta la regione, operando valutazioni di compatibilità con le varietà che intendeva produrre. Alla fine individuò una serie di terroir chiave, presenti nelle quattro province abruzzesi e facendo uno studio maniacale del territorio, acquistò le zone che più risultavano promettenti.
La produzione vitivinicola – cui si affianca anche una piccola produzione di olio extravergine di oliva – conta oggi 18 etichette e 5 linee di prodotti: Linea Classica, Gianni Masciarelli, Villa Gemma, Marina Cvetic e Castello di Semivicoli.
Mia madre, Marina Cvetic, è stata sin dagli esordi al fianco di mio padre, all’inizio occupandosi soltanto dell’aspetto commerciale, sia per il mercato italiano sia per quello estero che ad oggi conta 60 paesi diversi.
Da 10 anni a questa parte, da che mio padre è venuto a mancare, lei stessa è passata a capo dell’azienda e si occupa instancabilmente anche della parte produttiva. Per mia madre non è stato facilissimo ritagliarsi uno spazio in questo mondo; agli inizi si trattava di un campo dove solo gli uomini si prodigavano pertanto vi era un po’ di scetticismo da parte di molti, ma con la perseveranza e la forza di volontà possiamo dire che oggi ha dimostrato di aver fatto un lavoro encomiabile.

Il genio viene da chi possiede lo spirito di osare e cambiare lì dove in passato non si era mai provato.
C’è una affermazione di Gianni che ti ho sentito dire prima e che mi ha molto colpito, vorrei che tu me la commentassi un po’: “Tradizionalisti che guardano al futuro e innovatori che guardano al passato”.
Mio padre mi ripeteva sempre che la passione senza conoscenza non serve a molto, quindi in questo mondo mai smettere di essere curiosi, porsi delle domande e sperimentare. È nella natura della mia famiglia e dunque della mia azienda, la volontà di esprimere un costante interesse per l’innovazione, con l’intento di valorizzazione il territorio abruzzese senza mai dimenticare l’importanza della tradizione.

Dopo l’intervista, come accennato sopra, c’è stato il pranzo, durante il quale abbiamo assaggiato diversi vini provenienti dalla cantina Masciarelli.
Eccone una breve carrellata con qualche notazione interessante.

Villa Gemma, Bianco, IGT Colline Teatine, 2016
Si tratta di uno splendido IGT proveniente dalle Colline Teatine (ossia le colline di Chieti, per chi come me non fosse ferrato con la toponomastica dei luoghi), composto per l’80% di trebbiano, 15% di cococciola e 5% di pecorino.
Acciaio inox e successivo affinamento in bottiglia per 4-6 mesi permettono la realizzazione di un vino fresco, di medio corpo con sentori di limone, fieno, mandorla del Belice e gelsomino.

Villa Gemma, Cerasuolo d’Abruzzo DOC, 2017
Le uve di montepulciano usate per la produzione di questo vino provengono da S. Martino sulla Marrucina (Colle Cave, Schiavone) a circa 400 m s.l.m.; la vinificazione prevede uno step di pigiatura e macerazione in pressa che dura non più di 12 ore. Il vino, che si presenta con il tipico color rosato cristallino, mischia elegantemente aromi di frutti di bosco, note di fiori di papavero e una piacevole acidità che dona freschezza. Si percepiscono leggeri tannini sul finale, il che garantisce una sorta di nitidezza dei sentori.

Marina Cvetic, Trebbiano d’Abruzzo Riserva DOC, 2015
Vino bianco prodotto con uve provenienti dalla località di San martino sulla Marrucina, in provincia di Chieti, poste a circa 400 m. s.l.m.; il vino viene affinato in barrique francese (nuovo solo al 30%) per ben 12 mesi e poi altri 12 in bottiglia.
Il risultato finale ricorda tantissimo gli elegantissimi Pouilly-Fuissé, con un colore giallo paglierino e un bouquet di note floreali intense, alternate da sentori di spezie e frutti esotici. I sentori del legno sono densamente integrati e il finale complesso risulta fresco e piacevole.

Marina Cvetic, Montepulciano d’Abruzzo Riserva DOC, 2014
Rosso connotato da un lungo periodo di macerazione (sino a 30 gg.); affinamento in barrique francese già utilizzato in precedenza per un tempo compreso tra i 12 e i 18 mesi, con un affinamento finale in bottiglia di 6 mesi. Le vigne sono localizzate nella stessa contea del trebbiano, ma in località Colle di Paolo, Fonte Filippo, Schiavone e Colle Rosina.
Dopo aver appreso con quanto cura e studio siano stati prescelti questi terroir mi sembra doveroso richiamarli.
Il vino presenta un colore rosso rubino intenso, al naso è possibile percepire note di frutti rossi tra cui spicca senza alcun dubbio la ciliegia. Il vino si presenta molto succoso accompagnato da una cornice di sentori di cacao e vaniglia. L’equilibrio e l’armonia sono la chiave di un Montepulciano di rara eleganza.

Marina Cvetic, ISKRA Montepulciano d’Abruzzo DOCG Colline Teramane, 2014
Cominciamo col dire che l’affinamento avviene per 18 mesi in barrique di rovere francese di primo passaggio e successivamente altri 24 mesi in bottiglia. Siamo a circa 200 m. s.l.m., su colline abbastanza ventilate. Il vino si presenta in una forma eccezionale, direi come un corridore capace di sprintare nell’ultimo mezzo chilometro della sua prima maratona. Vino elegantissimo ma allo stesso tempo robusto e speziato; prodotto interamente con uve Montepulciano, vendemmiate a mano nella prima metà di ottobre, il vino si presenta di un colore rosso rubino scuro, con riflessi tendenti al viola scuro. Al naso si apre con intensi sentori di frutti rossi maturi che evolvono nel bicchiere in frutti scuri, impreziositi da leggere note di edera ed erbe mediterranee spontanee.
Al palato risulta corposo, con tannini rotondi e morbidi. Scende giù in modo fluido, non per nulla appesantito. Il finale è oltremodo persistente, caldo ed avvolgente. Una autentica gemma proveniente dall’Abruzzo.
In una lista ideale dei migliori rappresentati della produzione vitivinicola italiana, senza dubbio sceglierei questo come capo fila per l’Abruzzo. Io ho assaggiato il 2014, ma immagino che questo vino abbia notevoli margini di invecchiamento.

Read Full Article
Visit website
  • Show original
  • .
  • Share
  • .
  • Favorite
  • .
  • Email
  • .
  • Add Tags 

Il nostro lettore Davide Bassani ci ha inviato un interessante report sui passiti piacentini che volentieri pubblichiamo.

La parola identità è la prima a cui penso quando affronto il binomio vino-Piacenza. Gutturnio? Fermo o frizzante? Riserva o Classico? Superiore o Classico Superiore? Val Tidone, Val Nure, Val d’Arda o Val Trebbia? Malvasia oppure Ortrugo?

È capitato, però,  che io sia stato in quel di Castell’Arquato (a proposito, borgo splendido) sabato 28 aprile, durante il Monterosso Val d’Arda Festival per la “Degustazione di eccellenze di Vini passiti piacentini vendemmie 2007”, presso la galleria d’arte Transvisionismo e che un’idea sull’identità del vino piacentino me la sia fatta e, per complicare il quadro, ho scoperto che Piacenza è anche dolce.

Dai vini degustati sono emerse filosofie e metodi molto diversi in produzione ed in stile, oltre che storie personali e famigliari che in certi casi si perdono nei secoli nonché un livello qualitativo medio decisamente elevato, con alcune punte di eccellenza assoluta. Sottoscrivo quindi l’introduzione di Luca Bersani – che ha guidato la degustazione – quando dice che “Sicuramente i passiti piacentini hanno riscosso grande apprezzamento al di fuori del nostro territorio ed oggi possiamo annoverarli tra i migliori prodotti di questo genere in Italia”. La degustazione ha coinvolto tutti vini del 2007 (con l’eccezione de “ll Piriolo” di Lusenti, presente nell’annata 2009).

L’Ora Felice – Az. Agr. La Tosa, Vigolzone
A proposito di stile, Stefano Pizzamiglio, durante l’introduzione alla sua azienda, premette che il suo obbiettivo era di creare un vino quasi nordico, fresco, fine e non troppo denso. Proviene dal medesimo vigneto che l’azienda utilizza per la malvasia secca Sorriso di cielo e conferma al naso le premesse dell’introduzione: fruttato, piacevolmente aromatico, richiami di albicocca, fiori di acacia, miele. Di un bel colore giallo paglierino intenso, di discreta consistenza. In bocca è piuttosto complesso, conferma tutti i descrittori al naso, piacevole e mai stucchevole. Forse un po’ magro per essere un passito (ma è una scelta voluta), non opulento ma snello e bevibile. Piacevole.

Emozione di Ghiaccio – Az. Agr. Croci, Castell’Arquato
Altro giro per un vino dallo stile completamente diverso; icewine composto da una maggioranza – circa il 70% – di malvasia di Candia aromatica ed il restante moscato. Da una vigna esposta a correnti d’aria piuttosto fredde durante l’inverno e che ha permesso, almeno fino al 2011, ultimo anno di produzione a causa dei cambiamenti climatici delle ultime stagioni, la vendemmia tardiva. Vino concentrato, denso, di colore ambrato intenso. Profumi di agrumi canditi, tè, miele di tiglio, albicocca disidratata. In bocca è notevole, pastoso, ricco, esuberante ma bilanciato, dolce ma con una splendida acidità che rende la beva appagante; voluttuoso. Mai stucchevole. Complesso ed opulento ma dall’alcolicità contenuta (11°). Gran vino.

Il Piriolo (2009) – Az. Agr. Lusenti, Ziano Piacentino
Classico passito da malvasia di Candia aromatica in purezza dal comune più vitato d’Italia. Vino biologico da azienda certificata, uve appassite al sole per 25 giorni. Colore ambrato, consistente. Al naso intenso, complesso con aromi di pesca gialla sciroppata, fiori secchi di zagara, cera d’api, miele di castagno. In bocca è pura eleganza, grazia, piacevolezza. Dolcezza splendidamente bilanciata da un’acidità da manuale, aromi dolci e fragranti di frutta candita, carrube, vaniglia. Interminabile. Tra i migliori della giornata.

Vigna del Volta – Az. Agr. La Stoppa, Rivergaro
Il Vigna del Volta nasce nel 1995 (in origine includeva anche un discreto saldo di moscato) ed è figlio di una scelta identitaria (appunto) di Elena Pantaleoni, la titolare. Da azienda con una forte presenza di vitigni internazionali ad una scelta inequivocabilmente piacentina e, da qui, la malvasia di Candia appassita al sole da un minimo di 5 giorni ad un massimo di 20. Pressatura con torchio verticale, fermentazione in barrique per 10 mesi per poi finire in bottiglia. Colore ambrato, quasi cupo, pastoso. Naso di frutta candita, albicocca, pesca essiccata, lacca, agrumi. In bocca è lievemente tannico, forse troppo “duro” ma comunque dolce e morbido senza essere stucchevole, anzi. Forse il più “giovane” tra i passiti: chissà con qualche anno di bottiglia in più.

Vin santo di Albarola – Az. Agr. Barattieri, Vigolzone
Introduce Massimiliano Barattieri, esponente dell’azienda di famiglia, tale dal 1796; prima annata di Vin Santo risalente al 1823. Uva pigiata attorno a dicembre con torchio a gabbia in legno, successivo affinamento di 10 anni in botticelle di età compresa tra i 50 e i 250 anni (!). Ognuna di queste botticelle contiene “la madre”, fondamentale per la riuscita del vino: un insieme di sedimenti e lieviti naturalmente accumulatisi durante gli anni (anche se in questo caso si potrebbe parlare di secoli) che dona ulteriore complessità ad un vino a dir poco unico. Colore tra l’ambra ed il castano chiaro, quasi viscoso, al naso un turbinio di profumi, miele di melata, datteri, crema di marroni, frutta candita, pesca e albicocca essiccate, smalto, cera. Ampio ed infinito, complesso e sfaccettato: splendido. In bocca è un susseguirsi dei profumi evidenziati al naso che risaltano alle papille e rivelano un quadro leggiadro, dolcissimo (quasi 300g/l) ma assolutamente non stucchevole, acidità magistrale e grande concentrazione, di grande eleganza. In una parola: capolavoro.

Vin Santo di Vigoleno – Az. Agr. Lusignani, Poggiolo
Anche in questo caso vino in stile ossidativo da un’azienda nata nel primissimo dopoguerra. Da 100 kg di uva (pigiata con torchio verticale) si hanno circa 15 litri di vino la cui fermentazione è avviata in tini aperti. Dopo l’avvio della fermentazione il vino viene trasferito in barrique non tostate e colmate per il primo anno. Dopo un anno – in primavera – il vino viene travasato e viene eliminata la feccia (a differenza del Vin Santo di Barattieri). Da qui in avanti la barrique non verrà più colmata e, alla fine dei 10 anni di affinamento, la barrique sarà colma per circa ¾ del suo volume. Il colore è mogano, il liquido pastoso, ricco, l’olfatto spazia dal mallo di noce al dattero, al fico essiccato al forno. Profumi terziari intensi di cera, lacca, legno, vernice. In bocca è intenso, equilibrato, dolce e fresco. Potenza e finezza. Un fuoriclasse.

Che dire? Sicuramente, come hanno asserito tutti gli intervenuti, dai produttori ai relatori, siamo davanti a produzioni dal potenziale incredibile. I Colli Piacentini (e le loro infinite DOC) hanno peculiarità paesaggistiche e territoriali ben definite ma malamente sfruttate. Paradossale, secondo me, che questi vini facciano tutta questa fatica a farsi conoscere fuori dal territorio piacentino.

Davide Bassani

Read Full Article
Visit website

Read for later

Articles marked as Favorite are saved for later viewing.
close
  • Show original
  • .
  • Share
  • .
  • Favorite
  • .
  • Email
  • .
  • Add Tags 

Separate tags by commas
To access this feature, please upgrade your account.
Start your free month
Free Preview