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La sfida è tosta, specie per un vino le cui ambizioni sono pari al suo grandissimo successo nelle scalate all’olimpo dei fine wines mondiali. In un mondo che va verso la leggerezza delle preparazione, l’onnipresenza di pesce carni bianche e verdure nei menu di tanti bistrot ma, soprattutto, locali stellati dal Noma in poi, l’Amarone secondo la vulgata classica degli abbinamenti sommelier parrebbe non avere scampo. Quindi perchè Tommasi, ormai una realtà italiana completa con aziende dal Lago di Garda fino in Puglia, decide di puntare su un brand di lusso tornando nella loro Valpolicella?

Lo fa oltretutto in una operazione complessa e articolata che vede non solo un vino monotenuta (quindi non solo un cru vinificato insieme agli altri vini veneti) ma anche una operazione che mescola alberghiero e proposte di enoturismo di livello. Un vino che non esce sotto l’etichetta Tommasi ma sotto, appunto, un nuovo brand monoprodotto De Buris sulla scorta di quanto fatto da Moet Et Chandon quando scorporò Dom Perignon dal resto dell’azienda (prezzo compreso, visto che il De Buris costa cinque volte tanto la Riserva Ca’ Florian).

Tutto nasce dalle vigne de La Grolletta, un cru simbolo della Valpolicella classica, una collinetta che resiste all’urbanizzazione e industrializzazione della zona, con 10 ettari di vigneto di proprietà di cui solo 1,9 sono esclusivamente coltivati per l’Amarone della Valpolicella Classico Riserva De Buris. E’ una delle zone più alte, su suolo argilloso e collocato nella porzione più alta con  esposizione a sud ovest sulla quale arrivano venti e influsso climatico del Lago di Garda. L’appassimento delle uve viene fatto nelle arele con uso del bambù per 90 giorni e più, seguito notte e giorno da Giancarlo Tommasi, l’enologo di famiglia che sul progetto ha creduto fin dall’inizio. Non c’è la molinara nell’uvaggio ma prevede un 62% Corvina (limitata per non dare troppo erbaceo), 25% Corvinone, 5% Rondinella e 8% Oseleta. Per la 2008 la vendemmia manuale è partita il 5 ottobre 2008 con uve sane, ricche e accuratamente selezionate per poter sfidare 5 anni di invecchiamento in legno. Il risultato sono 15.65% di alcol, un livello sorprendentemente basso per la struttura e l’equilibrio di un Amarone che ci si potrebbe immaginare ben più muscoloso e intenso.

Dicevamo degli abbinamenti e aggiungiamo il fatto che oggi, per molti vini, conviene fregarsene altamente delle indicazioni dei sommelier e degli abbinamenti, visto che, anche nei ristoranti fine dining sta tornando la voglia di scegliersi una bottiglia (anche importante) per tutto il pasto senza pensare a tabelle, grafici e altre solenni bischerate che provano a schematizzare un’arte negli accostamenti che non sempre è applicabile.

Amarone della Valpolicella Classico Riserva De Buris 2008
Note immancabili di ciliegia, cacao e nocciola (a dare un effetto convincente di Mon Cherì) poi pepe rosa, piccantezza rarefatta, mandorle, corbezzolo, resine, mallo di noce, cardamomo per finire con bergamotto e verbena, cannella e resina di pino. Al sorso è cangiante, teso e finissimo con il passo dei grandi vini del mondo, un gioco mirabile di freschezza, passione e succo di terroir che non stanca per tutto il pasto. 96

Per il DeBuris, Peter Brunel, chef trentino stellato in quel del Borgo San  Jacopo a Firenze (ma in partenza per un progetto personale nella sua regione) ha modificato alcuni piatti del suo menu degustazione, utilizzando lo stesso Amarone in alcune rifiniture dei cibi e portando a compimento un pranzo intrigante, capace di mettere in evidenza un Amarone come questo.

Sulla battuta di manzo al coltello di razza Chianina del macellaio Fracassi con macaron al peperone, salsa di lattuga, albume, tuorlo, capperi, cipolla e tartufo,  l’Amarone viene spruzzato “spray” in fondo insieme a del tuorlo con olio a guarnizione finale. Sui  Pici al cinghiale  con ragù liquido si usano le briciole di pane toscano, oro in polvere e nocciole per dare consistenza e l’Amarone entra come componente aromatica nel sugo liquido fatto con ossa insieme a succo di limone.

Altro accostamento molto indovinato con la ribollita classica, servita dal pentolino di rame su una polvere di fondo fatta di cavolo nero e altri ingredienti essiccati. Infine su un piatto più classico come il Piccione con petto di piccione al latte e vino rosso Amarone, foie gras e rapanelli, marinato 36 ore nel latte. Il De Buris fa la sua figura, pur essendo completamente secco, anche sul dessert “Maledetto Toscano” dove una infusione al sigaro toscano con grappa metodo Soldera “Segnana” è parte di una zolla di pan di spagna, pistacchi e altri elementi di frutta secca.

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Vinitaly 2019 è alle porte e l’Associazione Vi.Te – Vignaioli e Territori, scalda i motori. Raggiunto un accordo con l’ente fiera veronese, non solo conferma la presenza del suo salone Vi.Te con oltre 100 vignaioli naturali nel Pad. F – Organic Hall, ma rilancia: in ciascuna delle quattro giornate di Vinitaly si alterneranno un convegno/seminario e una masterclass, per un totale di otto eventi complessivi organizzati dall’Associazione.

Ecco qui temi e argomenti, e ci sono molte cose rilevanti: la figura del vignaiolo naturale e i suoi vini; il rapporto tra agricoltura e clima; il prezzo e l’economia del vino; come vendere questi vini alla distribuzione e al consumatore. L’accesso ai convegni/seminari è gratuito e limitato al raggiungimento della capienza. Le masterclass sono a pagamento: € 10 ciascuna, prenotabili qui. Ma attenzione: Vi.Te ha messo a disposizione dei nostri lettori cinque ingressi gratuiti a ciascuna masterclass! Quindi sveliamo i dettagli, giornata per giornata.

Le masterclass (con degustazione alla cieca di 10 vini di vignaioli naturali) hanno una relatrice d’eccellenza, Isabelle Legeron MW: “Standard bearer for the natural wine movement, Legeron is one of the 50 most powerful women in wine” (Drinks Business), e si terranno solo in lingua inglese. I convegni/seminari, in lingua italiana.

►PRIMA GIORNATA – Domenica 7 Aprile
Il vignaiolo al centro dell’ecosistema vigneto/cantina. Parole, principi e pratiche.
Cosa chiediamo a un vino che nasce nelle aziende di vignaioli legati ai loro territori? Questo convegno sarà lo spunto di partenza per un percorso che proverà a far comprendere le pratiche utilizzate in vigna e in cantina per arrivare a vini che non sono solo bevanda ma puro distillato di territori e culture. Che cosa è per l’associazione Vi.Te un vino naturale? Cosa chiediamo a un vino che nasce nelle aziende associate, aziende di vignaioli legati ai loro territori?

CONVEGNO
Moderatore: Sandro Sangiorgi
Relatori: Elisabetta Foradori, Sasa Radikon, Federico Orsi, Nino Barraco, Alessandro Dettori.

MASTERCLASS
Relatore: Isabelle Legeron MW. Vini: Degustazione alla cieca di 10 vini dal nord al sud Italia. I vignaioli presenti come relatori non sono i produttori dei vini in degustazione alla cieca.
Vignaioli Relatori: Sandro Sangiorgi, Guido Zampaglione, Enrico Giovannini, Massimiliano Croci, Evangelos Paraschos.
Attraverso la selezione di 10 etichette Isabelle Legeron, master of wine, ci permetterà di capire quali sono le scelte tecniche che portano alla nascita dei vini Vi.Te e le pratiche ritenute indispensabili alla nascita di vini artigianali e territoriali. Esploriamo attraverso il bicchiere alcuni dei temi controversi e cruciali quali volatile e comprensione di vitigno e territorio, lieviti ed espressione del territorio, macerazioni lunghe sui bianchi e loro significato, filtrazione e vini col fondo, solforosa e suo utilizzo, gestione delle rifermentazioni in bottiglia. Oltre il manierismo naturalista, la differenza fra individualità ragionata e difetto per saper distinguere un vino malfatto, o pronto a seguire una moda, da scelte di cantina e di territorio consapevoli.

►SECONDA GIORNATA – Lunedì 8 Aprile
Il vino artigianale e il cambiamento climatico. L’atto agricolo come atto ecologico nell’Antropocene.
Secondo molti studiosi, a causa dell’espansione senza precedenti delle attività umane, siamo entrati in una nuova era geologica: l’Antropocene, l’era del dominio incontrastato dell’uomo sulla natura. L’agricoltura è una delle pratiche umane che più impatta sull’ambiente e qualunque idea di sostenibilità non può prescindere da una agricoltura differente. Quali sono le esperienze dei vignaioli Vi.Te per affrontare il cambiamento climatico? Quali pratiche e quali visioni propone il nostro modo di fare agricoltura?

CONVEGNO
Moderatore: Adriano Zago.
Relatori: Francesco Saverio Petrilli, Gabriele Da Prato, Francesco De Filippis, Emanuele Bianucci, Jan Hendrik Erbach.

MASTERCLASS
Relatore: Isabelle Legeron MW. Vini: Degustazione alla cieca di 10 vini dal nord al sud Italia. I vignaioli presenti come relatori non sono i produttori dei vini in degustazione alla cieca.
Vignaioli Relatori: Giuseppe Ferrua, Rossella Bencini T., Maddalena P. di Bisceglie, Silvio Messana, Marco Sferlazzo.
Attraverso la selezione di 10 etichette Isabelle Legeron, master of wine, ci permetterà di capire quali sono le strategie agricole e di vinificazione adottate dai vignaioli Vi.Te per affrontare l’epocale cambio di clima. Si assaggeranno vini scelti per spiegare come i viticoltori di tutta Italia grazie alla coltivazione di vitigni autoctoni, differenti impostazioni di potature e sesti di impianto, buone pratiche di gestione del suolo e della chioma provano a reagire al cambiamento climatico. Sarà un racconto che partirà dalla salvaguardia di acidità e freschezza nei vini mediterranei passando per la ricerca di equilibrio nei vini del nord fino ad arrivare all’impatto di stagioni come la 2017, tra gelate tardive e ondate di calore  estreme.

►TERZA GIORNATA – Martedì 9 Aprile
Economie del vino dei vignaioli. Dalla crescita infinita alla tutela del valore sociale e ambientale.
Il futuro del pianeta è messo a serio repentaglio dall’ideologia della crescita economica infinita. Il nostro attuale modello economico non è più sostenibile, lo sappiamo da molto tempo. Quali alternative può proporre il mondo dei vignaioli? Ci sono possibilità di una inversione di rotta? È possibile coniugare valori ambientali, economici e sociali in un modello sostenibile? Il modello sociale proposto da Vi.Te è quello della piccola produzione basata sulla gestione familiare o tramite progetti collettivi che tentano di sostituire un’economia basata sulla qualità alla sviante economia basata sulla quantità. È un modello che privilegia la convivialità, la condivisione, la creazione di comunità sia tra vignaioli che tra produttori e consumatori.

CONVEGNO
Moderatore: Fabrizio Carrera.
Relatori: Corrado Dottori, Alessandro Dettori, Francesco De Franco, Valentino Di Benedetto, Stefano Amerighi.

MASTERCLASS
Relatore: Isabelle Legeron MW. Vini: Degustazione alla cieca di 10 vini dal nord al sud Italia. I vignaioli presenti come relatori non sono i produttori dei vini in degustazione alla cieca.
Vignaioli Relatori: Daniele Tuccori, Gabriele Buondonno, Marinella Camerani, Daniele Delaini, Marco Noferi.
Attraverso la selezione di 10 etichette Isabelle Legeron, master of wine, ci permetterà di conoscere terroir che si auto-organizzano dal basso, vini particolari nati in contesti estremi, economie “circolari” e differenti che mutano i consueti modelli di distribuzione e vendita. Si tratta anche di un ritorno all’antico: le aziende a ciclo chiuso, il mutualismo agricolo, le prime forme di cooperazione organizzata hanno scritto la storia dell’agricoltura e della viticoltura italiane. In qualche modo il movimento del vino naturale ne riprende i concetti per declinarli nella realtà del terzo millennio.

►QUARTA GIORNATA – Mercoledì 10 Aprile
Come vendere vignaioli e territori. Per una diversa ecologia del commercio. La filiera del vino naturale.
Il vino non è solo una merce. Non è solo la combinazione di lavoro e capitale in un dato territorio: si tratta, invece, di un testo, di un racconto, di un’opera viva. Come tale, può forse essere venduto nello stesso modo di un prodotto da scaffale? La storia del nostro movimento è una storia fatta di fiere, mercati, gruppi di acquisto, vendita diretta, importatori illuminati e, solo recentemente, di distribuzioni specializzate. Nel successo dei vini naturali ha pesato la rivoluzione del gusto, e su questo aspetto una grande spinta è venuta da una nuova generazione di sommelier attiva nell’ambito di una ristorazione internazionale profondamente mutata.

CONVEGNO
Moderatore: Fabio Pracchia.
Relatori: Arianna Occhipinti, Silvana Forte, Sandro Sangiorgi, Piero Guido (Agente Commercio), Hiroto Sasaki (Japan wine consultant), Tommy Peng (China wine consultant).

MASTERCLASS
Relatore: Isabelle Legeron MW.  Vini: Degustazione alla cieca di 10 vini dal nord al sud Italia. I vignaioli presenti come relatori non sono i produttori dei vini in degustazione alla cieca.
Vignaioli Relatori: Sofia Pepe, Andrea Occhipinti, Fabrizio Iuli, Paolo Brunello, Rhona Cullinane.
Attraverso la selezione di 10 etichette Isabelle Legeron, master of wine, ci permetterà di conoscere i vitigni minori, quelli autoctoni, quelli che apparentemente possono sembrare invendibili ed invece hanno fatto breccia, grazie all’ostinazione delle vignaiole e vignaioli, nel cuore degli appassionati e professionisti da New York a Tokyo.

E come promesso, Vi.Te regala cinque ingressi gratuiti per ogni masterclass. Ai commentatori più veloci.

Sponsor Post a cura di Vi.Te

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A Rocco Fornabaio piace il vino e raccontare storie. È sommelier e legge Intravino, talvolta ci scrive.

A Carnevale ogni scherzo vale. O quasi. Lo scherzo me lo fa una “verticale” di Aglianico del Vulture delle Cantine del Notaio di sole annate dispari, che accompagna il menù standard della tradizione gastronomica di stagione.

In Lucania il coraggio per indossare una maschera, per recitare una parte, lo trovi immergendoti nei colori forti, nei profumi accattivanti e nei sapori decisi di piatti come la rafanata (frittata con aggiunta di rafano, una radice simile al cren ma molto più “melodrammatica”: lacrimazione inarrestabile…), il caciocavallo impiccato (sospeso sulla brace con un cappio al collo e colto nella sua scolatura spalmata su pane abbrustolito), nei cavatelli conditi con pecorino e peperoni “cruschi” (immersi nell’olio bollente per tre secondi, il tempo esatto per procurarsi un’ustione di secondo grado), salsiccia fresca arrostita nella cenere (la lucanica, nomen omen…), la “pastorale” di pecora cotta per ore a fuoco lento ed arricchita di spezie, la torta al sanguinaccio (sì, proprio quello fatto con il sangue del maiale) per una chiusura “light”…

Il coraggio per travestirti lo trovi affrontando il percorso fatto di cibi succulenti, ricchi di condimento e personalità, di aromi e sapidità, con un accompagnamento degno: e quale miglior compagno d’avventura che un Aglianico del Vulture, figlio della stessa terra e con una sua personalità prorompente, fuori le righe come si conviene a Carnevale ed a tratti connotato da vera e propria esuberanza? E se a farlo è un primattore, uno abituato a firmare autografi ed a rubare la scena, il risultato può essere divertente e per nulla scontato.

Nella riserva di cantina il protagonista gioca il suo tiro: presente in bottiglie di sole annate dispari (dal 2015 in su, 4 annate fino al 2009) e tutte dello stesso produttore. Quanto basta a costringermi ad una “verticale” con tutti i crismi, che verrà scortata e condotta al gran ballo in maschera dalla sfilata dei piatti summenzionati.
L’Aglianico non tollera ruoli da comprimario. Assegnargli un copione rigido, una parte da recitare su un proscenio da condividere può essere un rompicapo per il regista; merita un ruolo a sé, da mattatore del palcoscenico o da Roberto Baggio in campo (avete presente?). Nessuna briglia: a lui il compito di condurre il gioco e di fare la differenza, regalando una performance di prim’ordine.
La struttura dei piatti in tavola regge bene il dialogo e serve le battute al protagonista, in un crescendo di sapori ben riflesso nelle annate degustate in rigoroso ordine cronologico decrescente. E dunque:

Il Repertorio, Aglianico del Vulture doc 2015
Quando un giovanotto di belle speranze prende la patente di maturità, bisogna poi gestirne il talento, ché non vada sprecato. La brillantezza di carattere si disvela sin dal colore, rubino luminoso, e l’olfatto entra subito nella pelle ribelle: speziature di pepe e chiodi di garofano con una leggera nota affumicata a coprire l’ingenuità dei primi amori fatti di rose e viole. L’irruenza del carattere, con i tannini ancora muscolosi, indossa il giubbotto di James Dean, si alliscia il ciuffo ma ne cancella le incertezze esistenziali, mostrando spavalderia e propensione all’equilibrio ad un tempo: grandi speranze ben riposte, come dimostra lo stimolante confronto con la succulenza e la grassezza della crema di caciocavallo. Sotto la maschera dei tormenti giovanili, insomma, un talento tutto da scoprire.

La Firma, Aglianico del Vulture 2013
Il birbante veste in giacca e cravatta, pronto ad affrontare le sfide dell’età adulta ma senza dimenticare la sua arroganza giovanile. La burla è dietro l’angolo: viole e ciliegie voluttuose ingannano il naso, che ben presto coglie le note speziate ammalianti (vaniglia, noce moscata) e fa sognare Sherazade, ma senza alcuna tregua: sentori di cuoio e tabacco riportano alla realtà, e la maschera cade giù. Al palato la freschezza intatta disseta e va a braccetto con la trama alcolica pur presente, esaltando la sapidità del piatto (cavatelli ai peperoni cruschi, anche in versione “peperoncino piccante”) ed intrecciando una tarantella al ritmo della fisarmonica.

La Firma, Aglianico del Vulture 2011
La longevità porta saggezza, sfida la gioventù bruciata e si muove da vecchia volpe fra le pietanze più strutturate (salsiccia, pecora in cottura aromatizzata). Se il colore ormai granato rivela eleganza ed austerità, il vino si tuffa nell’atmosfera ironica della festa in maschera: prima seduce con i sentori di frutta matura e confettura, poi prende in giro gli inconsapevoli commensali offrendo loro aromi sensuali – liquirizia, sandalo – e provocanti boccate di sigaro. I tannini ammorbiditi dal lungo affinamento in legno e dal successivo sonno in vetro assicurano equilibrio al palato ed invitano a continuare nella libagione.

Il Sigillo, Aglianico del Vulture 2009
L’ultimo della fila riserva la sorpresa finale, rivelandosi mascherato di una dolcezza che ammanta il palato e celebra il suo rito carnascialesco, sfacciato in voluttuoso accoppiamento con la torta di fine pasto. Ottenuto da uve appassite su pianta ed affinato in barriques, regala note prima balsamiche, poi di spezia dolce e di tostatura quasi indisponente: un cacao che rimarca ed esalta il sapore del sanguinaccio (pietanza che in cioccolato abbonda). Morbidezza finale che soddisfa e nulla pretende di più.

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Intravino by Alessandra Corda - 4d ago

Santuari

Del mio breve passaggio sul Collio ho tutto un album da sistemare. In una di quelle foto sono in piedi sul ciglio della provinciale a Lenzuolo Bianco, Oslavia. Osservo le anfore di Francesco (Joško) Gravner, come una pellegrina in un santuario. Mi indispone rivedere quell’immagine di me ora, eppure sono io. Anche io l’ho fatto il ricordino di viaggio. Ho pensato a quelle anfore come a un monumento, il torto peggiore che si possa fare a un liquido vivo come il vino. Il fatto è che quelle anfore sono più della memoria di ciò che hanno contenuto. In quel giardino anonimo trascendono il loro uso, diventano oggetti bellissimi che irrompono nella quotidianità. Capita anche questo quando si è rivoluzionari e insieme sovversivi come Gravner è stato: noi da enofili finiamo per rinforzare il mito oltre il calice, al limite del ridicolo. Sul Collio, nel suo spazio geografico curvo e contenuto, si celebra il vino in molte forme. In due giorni ne vivo solo alcune e molto distanti tra loro. Jermann, per esempio, nel suo castelletto neogotico, in cui abbiamo avuto il piacere di essere ospitati, dà vita a vini dall’inconfondibile pulizia formale. Una concezione di fare il vino come parte di un massimo sistema che tutto governa. Credo aziendale e teutonica disciplina produttiva. Ho i sensi intrisi di quei bianchi Stelvin-stellari, dove persino un timido riesling in purezza ha tutto di quella forma voluttuosa, composta e puntuale che i vini qui dentro hanno, dove è stata scritta molta della storia dei bianchi friulani importanti. Ne esco da quel fortino un po’ stonata, carica di simboli e stimoli che sono il riflesso della personalità eclettica di Silvio Jermann.

Eremi

Ad aspettarci c’è un un vignaiolo che tiene i suoi tini in uno spazio in affitto, in attesa che la sua cantina sia pronta per accoglierli. Damijan Podversic ha bisogno di almeno venti, trenta minuti per sviluppare empatia, con me e con il resto del piccolo gruppo. Ma quando entra nel suo e inizia a spillare cose ancora in fieri, si apre un universo dove ancora una volta il racconto trascende il vino. Una narrazione, un po’ tecnica un po’ umana, difficile da conciliare con quell’atmosfera austera e umile. Sono le sue ribolle e le sue malvasie a dilatare lo spazio fisico e il tempo oggettivo. Per Gravner l’immaginario mi ha portato sul materiale (l’anfora). Qui accade l’inverso: è il materiale che conduce all’anima, a poco a poco, sorso dopo sorso, sputo dopo sputo, perché provo a restare lucida nonostante il disappunto di Podversic. Cosa ci tocca cosi in profondità dei suoi vini? Non quella purezza formale sentita in Jermann, non la sacra potenza una e trina di Joško (vitigno, anfora e macerazioni ataviche). I vini di Damijan sono lirici: il mistero più grande resta sempre la figura umana, con le sue contraddizioni ma capace di leggere la materia con pochi segni che esprimono calore, pienezza ed essenzialità al tempo stesso. Vini dotati di un ordine interno, profondo e definito.

A scapigliarmi ci pensa Alex Klinec, dove il Collio si fa Brda. Passare un confine che è stato cortina con tale leggerezza non è solo questione fisica. I vini di Klinec non sono addomesticati da pratiche enologiche pesanti. Corrono liberi come puledri, intesi il più possibile con aderenza alle situazioni contingenti, come le annate o il prezioso corredo biotico con il quale le uve convivono sino alla loro maturazione. Ancora ribolle e malvasie, ma declinate con un tenore volutamente primordiale. Alex ci ospita nella sua locanda, che è anche una collezione permanente di arte contemporanea. Fra i tini e botti ovunque atti creativi umani e naturali, lieviti indigeni, muffe e tutto l’entourage di una cantina che è spazio vivant e familiare.

Gli assaggi fatti sul Collio, seppure in un panorama cosi eterogeneo sembrano tutte emanazioni di un dove che continua ad alimentare il nostro immaginario. Ritorno al paesaggio: Zegla è un piccolo cru, che con le sue pendenze ed esposizioni, traduce molto bene lo spirito del luogo. Non esprime particolare bellezza, ma è attraente ed iconica. Se si ascolta la ponca croccante sotto le suole, in mezzo ai filari nudi e invernali, si capisce molto della tenuta di certi bianchi macerativi, della loro commovente finezza.

Ricordini:
Jermann, Vintage Tunina, 2009: Sant’Opulenza dei longevi.
Damijan Podversic, Malvasia 2013: Oro, incenso e mirra
Klinec, Rebula, 2014: Fratello sole, sorella luna

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La buona notizia di oggi è che, dopo il trionfo del Genova Wine Festival in tandem con la corazzata Papille Clandestine, Intravino torna in pista, di nuovo nelle Langhe, di nuovo all’Osteria dell’Unione e di nuovo con un ciclo di 6 serate che – finalmente la novità! – porteranno in scena al Maracanà di Treiso 6 Grandi Storie del vino italiano.

Perché dopo averle messe in fila e incastrate sul calendario ho passato vari giorni a pensare un titolo azzeccato su queste grandi storie belle da raccontare e da vere finché la scelta è ricaduta su un classicone: Intravino presenta Le Grandi Storie.

Non una degustazione guidata, non una cena e basta, non una masterclass né tantomeno un laboratorio con sfilza di slide eppure c’è un po’ di tutto perché si beve, si mangia, si ascolta, si chiede qualsiasi cosa con lo spirito informato, libero e irriverente di Intravino. In osteria, comodamente seduti a tavola con uno o due piatti ogni sera e vari vini, da 4 a salire a seconda dell’ospite, dell’aperitivo e di tutte le variabili.

A condurre le serate, come lo scorso anno, saremo io e Davide Pellizzari, enologo e produttore in proprio, perché una spalla tecnica al passo coi temi e ben documentata su tutto tra vigna e cantina fa sempre comodo.

Il ciclo, come potete vedere, sarà trasversale sostanzialmente perché io mi sento tale. Ci saranno piccoli e grandi, aziende storiche e non, nomi blasonati e aziende di culto. In altre parole, c’è quello che io vorrei trovare sedendomi a tavola e cercheremo di usare meno slogan possibili, pratica noiosamente frequente. Che poi No Slogan è un bello slogan.

INTRAVINO PRESENTA

LE GRANDI STORIE
6 serate, 6 storie speciali del vino italiano

  • Mercoledì 17 aprile
    Walter Massa (Vigneti Massa)
    Nascita di una denominazione: il fenomeno del Timorasso e chi l’ha generato
  • Mercoledì 8 maggio
    Maurizio Zanella (Ca’ del Bosco)
    La Franciacorta di Ca’ del Bosco e una sfida tutta italiana
  • Mercoledì 15 maggio
    Stefano Amerighi
    Syrah, biodinamica e sogni di un vigneron del futuro presente
  • Mercoledì 22 maggio
    Brunello di Montalcino
    Un giro tra le vigne più esclusive di tutta la Toscana con Andrea Zarattini,
    ideatore di BaroloBrunello
  • Mercoledì 29 maggio
    Borgogno
    Cesare Borgogno tra passato e futuro del Barolo.
    Verticale di annate storiche con Andrea Farinetti
  • Mercoledì 5 giugno
    Poderi Colla
    Barolo, Barbaresco e altre storie di Langa, da Pietro Colla ad oggi nel ricordo di Beppe Colla

Attenzione poi. Oltre alle tante leccornie in salsa piemontese, un paio di special guests faranno capolino durante le serate: il pane itinerante di Davide Grimaldi con Panegiro, che da Bra sta diffondendo la cultura del buon quasi pane porta a porta, e i Grissini Cravero a Barolo, vera istituzione di paese.

Gli incontri inizieranno alle ore 20,30 presso l’Osteria dell’Unione. Il costo dell’intero ciclo è di 350 euro.
Per info e prenotazioni: amorichetti@gmail.com – wapp 349 53 71 050.

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Intravino by Leonardo Romanelli - 5d ago

Apre una voragine la tua morte, in un mondo dove impera finzione e sorrisi plastici, riempiva il cuore vederti e discorrere con te. Entusiasta sempre e comunque, capace di farti coinvolgere nelle manifestazioni più impensate se questo poteva servire da stimolo per valorizzare giovani e territorio.

Elegante e signorile nel tuo aspetto, la giacca da cuoco sembrava nascondesse sempre lo smoking, merito del tuo portamento, dovuto anche alla tua passione per la danza, altro aspetto che ti rendeva onore. Un precursore ai fornelli che cominciava ad essere abbandonato, per chi cerca in cucina solo fuochi d’artificio, tu che avevi ricercato da sempre semplicità, esaltazione della materia prima che amavi da sempre, pescatore prima che cuoco.

Tante cose da chiederti: la risposta non ci potrà più essere, perché nella tua normalità eri accessibile a tutti, era semplice trovarti e parlarti e quindi uno si aspettava sempre che fosse possibile sedersi a La Pineta e a fine servizio lasciare andare ricordi e battute. A tuo modo, avevi instaurato la democrazia nella tua sala, dove tutti si sedevano contenti e mai in imbarazzo: punto di riferimento per tutti i produttori di vino di Bolgheri e non solo, avevi contribuito a far conoscere e mettere in evidenza a tanti che non li conoscevano. Un piacere sentirti parlare degli argomenti più disparati, un uomo finalmente “Normale” in un mondo fatto di marziani, tu che se un’occasione importante di lavoro, come poteva essere San Valentino, cadeva nel giorno di chiusura, te ne fregavi e chiudevi davvero.

Tenero ti sarà il nuovo percorso, come tenero eri tu.

[immagine: Italia Squisita]

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Intravino by Alessandro Morichetti - 6d ago

Non farò nomi perché non servono a sviluppare il concetto ma ho trovato l’ultimo in ordine di tempo solo qualche giorno fa: locale carinissimo e con molti vini che mi piacciono ma rigorosamente deprosecchizzato. Perché il Prosecco in certo immaginario collettivo è industria, avidità, monocultura, solfitazione pesante e bla bla bla. Tutto vero ma in parte. Ci sono dei piccoli, sono bravissimi e non hanno nulla da invidiare a nessuno di qualsiasi denominazione perché il Prosecco, Valdobbiadene docg o chi per lui, quando è buono ha doti di leggiadria, compostezza, briosa articolazione che altri si sognano.

Nello stesso locale deprosecchizzato, poi, mi sevono un Pet Nat austriaco o francese da pinot nero, con un bel profumino fragoloso, appena 10,5% di alcol e un residuo zuccherino in bocca che squilibra la bilancia, annoia il sorso e disincentiva la beva. Alché mi sono chiesto: che senso ha dirsi deprosecchizzati per poi andare fuori regione e fuori Italia a pescare una roba che i migliori Prosecco sur lie non li vede nemmeno con il binocolo?

Mi sono anche risposto: nessuno.

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Per dire cos’è stato Genova Wine Festival, adesso che è passato, potrei cominciare da questa foto qua sotto. Durante tutta la lunga fase organizzativa, l’esercizio più articolato che abbiamo praticato è stato prevedere cosa poteva andare male. E siccome tutti, tra noi che abbiamo lavorato alla cosa, abbiamo visto svariate fiere del vino, avevamo in mente più o meno ogni genere di disastro possibile. Quindi andava evitato. Per esempio: come svuotare in modo solerte le sputacchiere ai tavoli (lo so, potevo scegliere un argomento più poetico, pazienza).

Serviva un modo che evocasse l’ambiente della cantina. E allora abbiamo detto: usiamo delle damigiane. Le damigiane dovevano essere da 34 litri e non da 54, affinché fossero più maneggevoli, e comunque circolavano su appositi carrelli. Doveva esserci un imbuto sopra, per velocizzare la procedura. Ce ne volevano due, ma altre due dovevano essere pronte per sostituirle durante lo svuotamento che richiedeva tempo – quindi ne abbiamo procurate quattro. Nel frattempo due volontari provvedevano al ricambio.

Ecco, la parola magica: volontari. Quelli con la felpa arancione. Il meccanismo su cui si è retto brillantemente il GWF (ora che è finito, possiamo dirlo) era basato sui volontari: un esercito di associati all’Associazione Culturale Papille Clandestine che, per due giorni, hanno fornito assistenza e manodopera in ogni settore. Dal carico e scarico, ai laboratori, ai servizi in sala, gestione dell’ingresso, allestimento e smontaggio, varie ed eventuali, dite una grana a caso e tac, c’era un volontario pronto a risolverla. Quindi appunto, anche a svuotare le sputacchiere.

Meglio delle parole, le immagini: un po’ della folla presente nella Sala del Maggior Consiglio di Palazzo Ducale, a Genova.

La folla delle grandi occasioni si è rivelata, già nel pomeriggio di sabato, con un po’ di coda all’ingresso, e sulle prime eravamo quasi preoccupati. Ma era il segnale del successo.

Vicino al settore food, nella Sala del Minor Consiglio, c’era l’area relax, che a turno abbiamo apprezzato un po’ tutti.

Gli espositori del food sono stati presi d’assalto, perché, come si dice, non si vive di solo vino. C’erano svariati tipi di cose molto buone, e a ripensarci torna l’appetito.

E mentre tutto quanto accadeva nelle sale principali, durante i due giorni nella Sala del Camino si sono susseguiti i laboratori, che hanno visto un bel successo di pubblico, molto attento e curioso.

Quindi, come è andata? Noi diciamo: molto bene. Avevamo un obbiettivo di mille accessi al giorno, e alla fine del secondo giorno abbiamo contato quasi tremila visitatori. Molto meglio del previsto – pure troppo. Quando nel pomeriggio di domenica pareva andassero esauriti i bicchieri disponibili, siamo riusciti a recuperarne alcuni, e (indovina un po’) grazie ai volontari. Visitatori contenti, espositori pure, insomma è stata una festa riuscita. Siamo contenti, soprattutto, di aver centrato il nostro “numero zero” con espositori di livello, considerando che Genova Wine Festival vuole diventare un appuntamento fisso annuale – e sì, stiamo già pensando alla prossima edizione.

Come spesso mi capitava di spiegare alle aziende che abbiamo invitato, GWF è un progetto ambizioso. Speriamo di averlo dimostrato, e adesso non resta che dire: arrivederci all’anno prossimo.

[Le foto sono di Davide Pambianchi/Papille Clandestine – Di Genova Wine Festival ho già raccontato in questo post, e in quest’altro.]

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Quando vuoi aggiornarti sulle annate dei grandi classiconi pugliesi, l’unica è partecipare all’annuale presentazione regionale di Bibenda, la guida vini della Fondazione Italiana Sommelier di Franco Maria Ricci. L’evento, ospitato come al solito da Borgo Egnazia, ha proposto in assaggio tutti i 27 vini premiati con i 5 grappoli, massimo riconoscimento della guida, con un buon numero di esordienti. Vi risparmio il listone completo e, col vostro permesso, segnalo solo i vini che mi sono piaciuti.

Gran Cuvée XXI secolo 2012 – d’Araprì
Epernay confina a sud (molto a sud) col distretto di San Severo. Non si spiega altrimenti questo bicchiere che sa di primavera e biancospino, mango e ananas, fiori di biancospino e cedro candito. La bolla è una crema vellutata, la persistenza da competizione. Mi arrendo senza condizioni. 94

Es, Primitivo igp 2016 – Gianfranco Fino 
La processione, le luminarie, la banda e il torrone. Ci sarebbe pure questo sapore di biscotto alle mandorle fresco di forno e una bocca pazzesca che sa di menta e cioccolato, la Puglia di mare e mirto che arriva dritto nell’anima ma il bicchiere è finito e la banda se ne va, suonando un “evviva il santo”. Che meraviglia! 95

17, Gioia del Colle Primitivo doc 2015 – Polvanera
Il bicchiere è colmo di buio e notte, fondente al 90% e amarene succose. Non siamo in pasticceria solo perché di dolce c’è solo un tannino aspro come la panna. Insomma, avete capito: è un 92 secco.

Amativo, Salento igt 2015 – Cantele
Mora di rovo piccola e dolce, di quelle che crescono sui muri a secco, odor di muschio e terra bagnata e bocca di mon cherì. Era da un po’ che non sentivo un vino di Cantele a questi livelli e l’eleganza salentina dei loro vini iniziava a mancarmi. Bentornati. 91

Pezza Morgana, Salice Salentino Riserva doc 2016 – Masseria Li Veli
Tema: il Salice Salentino. Svolgimento: il Salice salentino ha toni scuri di cacao al naso e in bocca ha un attacco appena dolce. Si distingue dagli altri vini per il gusto di ciliegia in confettura e liquirizia, quest’ultima dovuta alla malvasia nera che concorre nell’uvaggio. Quando è ben fatto, è persistente e ha tannini piccini piccini. Come questo che merita un bel 9(0).

Le Braci, Salento igt 2011 – Severino Garofano
Sovramaturo, sovraestratto e soprannaturale nel suo essere un Highlander sopravvissuto alle mode e ai cambiamenti di gusto. Carrube, fichi passiti e vincotto, opulento e ricco, appena dolce e con un corpo da suo giapponese. O lo ami o lo odi. Io, per esempio, lo amo. 90

Visellio Primitivo Salento igt 2016 – Tenute Rubino
Un primitivo del salento che sa di precisione e prugna matura, eleganza e confettura di amarene. Stiloso quel tanto che non guasta. 90

Patriglione, Negroamaro Salento igp 2012 – Taurino
Avere una certa età ha i suoi vantaggi. Io, per esempio, ho conosciuto i profumi del mobile toilette di mia nonna, la cipria polverosa, lo sbuffo del borotalco e certi profumi di garofano e geranio che le donne di una volta spruzzavano per tutta la stanza. Il Patriglione ritorna in sé quando lo bevi, ed è subito negroamaro in coppola e gilet. 89

Cassio Dione, Primitivo di Manduria 2015 – Candido
Altro primitivo del Salento, quindi leggermente fuori zona: sarà un caso? Mentalmente mi faccio domande inutili mentre bevo (sì, bevo, tracanno, ingurgito senza ritegno) un succo di cioccolata e more succose potente e lungo, ché avesse l’eleganza del suo artefice sarebbero più di 90 punti. Ma va bene così. 89

Bocca di Lupo, Aglianico Castel del Monte doc 2014 – Tormaresca
Roccioso e squadrato come un castello in cima alla collina. Potente e scuro di cacao amaro e cassis ma il tannino è domo, piegato ai voleri dell’uomo. E trattandosi di aglianico, va bene così. 89

La Signora Primitivo Salento igt 2015 – Morella
Diverso, alieno, fuori centro e borderline come ogni vino biodinamico che si rispetti. Gaetano e Lisa piegano il primitivo ai loro voleri e ne fanno un vino succoso come una spremuta di arance rosse. Spinge, stuzzica e chiede cibo che sia all’altezza, tipo una teglia di parmigiana salentina. Intrigante. 88

Selvarossa Salice Salentino Riserva doc 2015 – Cantina Due Palme
Due i vini di questa cantina premiati da Bibenda, ma solo questo attizza narici e papille costringendole a funzionare come si deve. L’attacco in bocca è dolce, di rabarbaro e terra, sembra un digestivo ma poi le note di cacao lo riportano a più miti consigli. Di fronte a tanta veemenza, il tannino ha dato le dimissioni per lasciare il suo incarico a marasche e prugna. Esagerato come al solito. 88

Puer Apuliae, Castel del Monte Riserva 2013 – Rivera
Tiene botta il fanciullo di Puglia che un tempo fu energumeno delle Murge. Ora che profuma di garofani e fiori rossi, lamponi e ribes viaggia leggero ma bello elegante. In bocca è fresco, pimpante e pronto per l’agnello al forno della domenica. 88

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La storia delle Bèrne e della famiglia Natalini è esemplare per capire il recente passato di una denominazione come il Nobile di Montepulciano ma, soprattutto, per intravederne squarci di futuro, semprechè in zona prevalga l’interesse collettivo e non le fughe in avanti o di lato di pattuglie di produttori come successo negli ultimi anni. La storia dei primi 20 anni del Nobile de Le Bèrne, è la storia dell’evoluzione di un cru di Cervognano, territorio particolare e sapido che fa storia a sé, come dimostrano Boscarelli e altri grandi della docg che si sono affrettati a comprare in zona.

Le Bérne è piccola cantina che nasce come imbottigliatrice in proprio solo dagli anni ‘90, ma qui si fa vino almeno dai tempi degli etruschi da cui il nome “Verna” o “Verena”, ovvero, poggio dove svernare. L’azienda attuale nasce negli anni ’60 con Egisto Natalini che, insieme al figlio Giuliano, hanno sempre prodotto uve e vino da Nobile, ma solo con le due annate 1995-1996 vendute in blocco per 100 milioni di lire (all’epoca un discreto gruzzoletto), è stato possibile mettere su una cantina ripianando qualche debito ma accendendone ovviamente altri.

Risale a quegli anni anche l’arrivo di Andrea Natalini, figlio di Giuliano e fresco di studi enologici, e l’inizio della collaborazione con Andrea Vagaggini, enologo fuoriclasse del sangiovese, che è arrivato quasi subito perchè la voglia di confrontarsi con questo cru particolare era forte.


Il filo conduttore di tutti i vini de Le Bèrne è la tessitura fresca e verticale che viene fuori al meglio in annate meno calde ma che, in quelle torride, riesce comunque a contenere eccessi di calore e maturazione del frutto; ciò che rende speciale questi vini è proprio il suolo con terreni di origine pliocenica con forte presenza di conchiglie, fossili e sassi sui 350 mt si altitudine.
Montepulciano è zona geograficamente aperta molto più di Montalcino e del Chianti Classico, ha molti più sbalzi termici, clima più continentale e profumi più importanti, ma non tutto è uguale. Il cru di Cervognano ricorda Montosoli a Montalcino, “regge” il sangiovese in purezza molto meglio di altre zone; ricordiamo, infatti, che la maggior parte del Nobile di Montepulciano è un assemblaggio di uve con una storica abbondante presenza di canaiolo e i residui dell’ invasione di merlot e cabernet negli anni ’90.

Vino Nobile di Montepulciano 2016
Note floreali primaverili ma anche autunnali di spezia e sottobosco che poi lo caratterizzeranno in futuro. Oggi è tanta polpa, frutto, ricco ma bilanciato con stile. Ha sapidità, ampiezza e salinità, grande impronta dell’annata. 93

Vino Nobile di Montepulciano 2015
Vino esplosivo e salato, tannino che ruga appena il palato ma ha solo bisogno di tempo per illuminarsi appieno. 91

Vino Nobile di Montepulciano 2013
Sanguigno, di sottobosco e juta, stuzzicante e acceso. Tannino roccioso e profondo ma un poco imballato. 88

Vino Nobile di Montepulciano 2010
Evoluzione e sale, cuoio e liquirizia ma ancora tantissimo frutto, poi senape e floreale con viola candita e confettura di lamponi. Equilibrio in bocca splendido, finale lungo e ammaliante. 95

Vino Nobile di Montepulciano 2008
Cola e noce moscata, frutta sotto spirito, bocca bella per eleganza e leggiadria anche se l’evoluzione si sente molto bene rendendolo forse già troppo esile. 87

Vino Nobile di Montepulciano 2006
Eleganza e discrezione, tannino splendido e soffuso. La persistenza in bocca è lunghissima, vino strepitoso da ogni punto di vista. 96

Vino Nobile di Montepulciano 2004
Ampio, croccante e saporito, la grana tannica è splendida, fila via in scioltezza e allunga benissimo. Vino fantastico, fresco, pulsante e vitale. 92

Vino Nobile di Montepulciano 2002
Delicato e sottile, floreale di lavanda, rosa bulgara e viole. Bocca ancora grintosa, fruttata e pulsante. 88

Vino Nobile di Montepulciano 2001
Annata delle meraviglie, tanto equilibrio e morbidezza, il tannino è sottile con una vena sapida straordinaria che emerge nella complessità felpata, un raro connubio di forza ed eleganza. 95

Vino Nobile di Montepulciano 1999
Tostature di cacao, poi menta e juta, sottile amarena, pepe e incenso. Bocca più rilassata e tranquilla ma il grip è ancora ben presente e soddisfa ad ogni sorso, crescendo nel bicchiere e al palato. 93

Vino Nobile di Montepulciano 1997
Vino serico ed elegante, naso floreale, poi sandalo, pepe, macis e humus, lunghezza e agilità. Vino ancora da tavola che ha qualche margine intrigante di evoluzione. 91

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