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Votazione storica a Bordeaux. Il consiglio dei produttori della denominazione Bordeaux e Bordeaux Supérieur ha approvato, con delibera di qualche giorno fa, una novità relativa alle varietà utilizzabili nel taglio dei vini appartenenti alle suddette categorie. Si tratta di sette nuove uve, le quali potranno essere usate nei blend finali, in misura non superiore al 10%.

La decisione, presa all’unanimità (e anticipata da Intravino lo scorso novembre), va considerata come il primo di una serie di interventi necessari per fronteggiare il cambiamento climatico, fattore che rappresenta la principale preoccupazione nella regione. Le nuove varietà sono arinarnoa, touriga nacional, marselan e castets per i rossi, e alvarinho, petit manseng e liliorila per i bianchi.

L’arinarnoa è un incrocio tra tannat e cabernet sauvignon, meno suscettibile al danno da muffa grigia, con livelli di zucchero bassi e buona acidità. Ne derivano vini ben strutturati, colorati e tannici con aromi complessi e persistenti. Il castets è una varietà bordolese “dimenticata”, anch’essa meno suscettibile alla muffa grigia e a diversi tipi di funghi. I suoi sono vini sono colorati e adatti all’invecchiamento. Il marselan è un ibrido di cabernet sauvignon e grenache a maturazione tardiva, con minor rischio di gelo primaverile, calore e muffe; vini colorati, distintivi e adatti all’invecchiamento.

I motivi che hanno portato a questa decisione sono molteplici. Le citate varietà sono meno soggette ad una serie di malattie che attualmente stanno colpendo la zona francese; inoltre le stesse sono in grado di esprimere sia una buona acidità – anche a temperature miti – sia una buona resistenza alle odiose gelate che ormai da diversi anni si abbattendo inaspettatamente su tutta la zona. Infine si ritiene che per stile, quantità del raccolto e capacità organolettiche, le suddette varietà siano la soluzione più idonea alle necessità dei produttori. Quest’ultimi dovranno rispettare i parametri disposti dall’AOC di riferimento e comunque avranno la possibilità di piantare i nuovi tipi di vite in misura non superiore al 5% della superficie del loro vigneto.

La decisione dovrà essere ratificata dall’organismo di controllo qualità dei vini francesi di origine (INAO) ma già sappiamo che il diritto di impianto avrà una durata massima di 10 anni con una opzione per l’ulteriore rinnovo della concessione. Le operazioni di impianto dovrebbero iniziare nella prossima stagione.

Chris Piat di Château Couronneau, piccolo produttore della zona “Entre Deux Mers”, famoso per la coltivazione biologica del merlot, ha rilasciato alcune dichiarazioni all’indomani della votazione: “non possiamo continuare a produrre merlot di 16%, chiunque lavori nei mercati internazionali ammetterà che si tratta di un problema“, e ancora, “siamo ancora lontani dal piantare varietà ibride ma continuando verso questa direzione, rimarrà una scelta inevitabile“.

Attualmente le varietà ibride sono ammesse in percentuali maggiori solo per i vini di indicazione geografica o per quelli che esulano da ogni classificazione disciplinare.

[immagine: fermentedgrape.com]

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“Si è dimenticato, il bue, di quando era un vitello”
Zapomniał wół, jak cielęciem był
(Meraviglioso ed efficace proverbio polacco che rende bene l’idea)

La passeggiata in enoteca solitamente ha su di me un effetto benefico pari a quello di un massaggio thai. Entro contenta come un bambino alle giostre, tocco le bottiglie, leggo le etichette, chiedo consigli, mi diverto, insomma. La passeggiata di qualche giorno fa, invece, è stata irrimediabilmente compromessa grazie a due fattori: la conversazione che si è svolta accanto a me e la conseguente e immediata arrabbiatura che mi ha fatto trasformare lentamente in una ficcanaso origliante il cui collo s’è allungato a dismisura per non perdere neppure una battuta dell’inaspettato intrattenimento.

Oltre a me, in enoteca, due vecchi ragazzi, o giovani signori se piace di più, guardano bottiglie e discutono sul contenuto. Capisco che sono lì per fare due acquisti con differente destinazione. Vogliono rimpinguare la cantina personale e, in effetti, mettono da parte una selezione di una dozzina di bottiglie che mi piace molto e che mi fa pensare che abbiamo gusti simili. Ma, oltre all’arricchimento cantina, i due sono lì perché ci sarà a breve una cena ed è necessario acquistare un po’ di bottiglie per l’occasione.

Mentre sono ancora nella fase pacifica del mi-faccio-gli-affari-miei, uno dei due suggerisce di proseguire l’acquisto al supermercato perché “tanto quelli non ci capiscono niente, so’ brave persone ma je poi da’ pure er Tavernello.” E lì giù a prendere in giro con parole sempre più sgradevoli questi poveri invitati che, a differenza dei due signori, non hanno frequentato corsi sul vino, non fanno parte di gruppi legati al vino, non sono membri del luccicante mondo del vino. Come se questa fosse una colpa, un’onta da pagare, in questo caso con lo scotto del vino in brik, considerato l’unico di cui possano esser degni. Beh, a me si sono attorcigliate le budella ed è partito un loop di pensieri e considerazioni.

Innanzitutto, la tavola forse potrebbe essere l’unico luogo franco per la salute mentale di un vino. A tavola ha la possibilità di starsene tranquillo senza l’agitazione per il dover essere sottoposto ad interrogatori, senza l’ansia da prestazione del dover dire qualcosa a un uditorio in attesa con taccuino, senza il tremolìo che precede un check-up in ambulatorio, senza la paura di finire su un tavolo di marmo vivisezionato da studenti curiosi o sul lettino di un analista. Penso che a tavola il vino ci debba far divertire, ci debba accompagnare nelle nostre chiacchiere nell’atmosfera che, anche scegliendo proprio lui, siamo riusciti a creare. E mi piace pensare che quando si accoglie qualcuno alla propria tavola si desideri offrirgli il meglio possibile. Che nel caso di una bottiglia, per quanto mi riguarda, non ha nulla, o non necessariamente, a che vedere con il valore economico o col nome o col prestigio. Le mie bottiglie acquistano splendore se le posso aprire con la compagnia che ho scelto.

La compagnia che ho scelto merita le mie migliori bottiglie e le mie migliori bottiglie meritano la migliore compagnia. Così funziona tutto, anche se a tavola ci sono persone che non hanno alcun interesse enosofico o enologico o enoglamour, conta che abbiano voglia di assaggiare e stare bene. È davvero così semplice? Sì, se ci scrolliamo di dosso un po’ di zavorra e proviamo a fluttuare davvero in quella leggerezza che riempie bocche, pagine e bacheche ma che, se trattata come fosse una sentenza emessa dal cartiglio del Bacio Perugina, tale resta e svanisce veloce.

Oltre a tutto questo c’è da dire che ritengo una forma palese e gretta di tracotanza quella di escludere per principio i cosiddetti non intenditori da quelle che, ognuno a proprio gusto personale, considera le più belle bevute per mano di produzione o per valore economico ma, prima di tutto, emotivo. Quelli non richiesti, ma espressi spontaneamente dopo qualche sorso, sono stati tra i più bei spunti di riflessione su un vino che io abbia mai sentito. E spesso sono arrivati proprio da chi col vino non ha legami fatti di serate, assaggi, studi. Senza voler nulla togliere alle serate, agli assaggi e agli studi il valore fondamentale che hanno, semplicemente amando ricordare che il rapporto che si crea tra chi beve e il vino bevuto, nel momento in cui lo sta bevendo, ha una pura, originale e innegabile dignità.

Il gusto, l’immediatezza, l’impressione, il gradimento, l’emozione, sono tutti mari che anche chi non ha preso la patente da sommelier può navigare senza paura. Di più: con grande piacere.

E quindi, signori eruditi, ché erudito è diverso da cólto, accogliete pure i vostri ospiti con un Tavernello, siete liberi di scegliere cosa mettere sulla vostra tavola. Mi permetto solo di farvi notare che probabilmente a quella tavola sarete seduti anche voi (occhiolino). Ma io vi auguro che lo strazio duri poco e che veniate presto voi invitati alla tavola del vostro enoguru preferito, quello che davvero ne capisce, e che per qualche ignota ragione decida di mettere sul piatto quel vecchio disco del karma, sai com’è, magari anche lui si sta già preparando per accogliervi.

Io l’ho incontrato stamattina, tra gli scaffali del Conad.

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Oggi saremo antologici. Per ovvie ragioni di fedeltà al testo, verrà mantenuta la lingua originale, che era quella didattica del corso. Ci scusiamo coi lettori glosso-sovranisti. Ma neanche tanto.

I protagonisti sono scrittori contemporanei di un gruppo che conta una ventina di iscritti. Avrebbero meritato tutti ugualmente la pubblicazione ma, ahimé, synthèse oblige. Contemporanei o, ancor meglio, futuri. Da quattro anni gioco a portare la questione del vino e delle sue lingue in un luogo dove tutto va bene perché vi si intrecciano educazione e gioco, eno-paideia ed eno-paidia. L’enopedia di quest’anno, giocata con i nuovi studenti del Master in Wine Culture and Communication dell’Università di Scienze Gastronomiche di Pollenzo, ha avuto l’esito impensato di produrre un pugno di ottime headline (ma anche body-copy e payoff), ritradurre lo Stevenson del wine is bottled poetry e reinventare al contempo il còttabo.

Tutto questo, in un’esercitazione di scrittura dal titolo Fiction and Fudge – più o meno Finzione e Fuffa – nella quale, dopo una prima sessione dedicata all’analisi sensoriale, gli studenti si sono espressi sul vino più gradito e su quello meno nelle loro corde, liricizzando il primo e facendo promozione per il secondo. Ne sono derivate espressioni fantasiose e fantastiche, convincenti e sorprendenti, nel complesso una conferma dell’idea che ogni linguaggio è un progetto, che diversi propositi generano modi diversi di apprezzare e descrivere un vino, che i linguaggi del vino sono molteplici e articolati, una poliglossia (1).

Da quattro anni ripercorriamo le fasi della lingua del vino, andando dai primordi fino all’odierna mutazione permanente che ha nei geni più la detonazione che la denotazione. Un aspetto, quest’ultimo, spiegato bene da Remington Norman:

Language must evolve to reflect the prevailing circumstances. However, change is only positive to the extent that it enhances the power of expression. Many recent trends have been changes in style and usage rather than in productive evolution, more designed to accommodate the requirements of instant communication than for expressive versatility.”

E ancora:

Increased choice and demands on leisure time have eroded attention span to the point at which people are unwilling to listen to or read lengthy or complex argument. They are impatient for the dividend – the pay-off: that is, the proposition that the argument is designed to support. This means that the message is determined by the conclusion and is not – as it only can be – validated by the steps by which it has been reached.

Tecniche e stili di comunicazione, ovvero il potenziale creativo e informativo del linguaggio, sono quindi applicati – così ancora Norman – for impact rather than for information. Loro, i nostri futuri, sanno far bene anche questo, quando serve; ma sanno ancor meglio che serve andare oltre. Sanno farlo.

Ho chiesto agli studenti e al Direttore del Master, prof. Michele Antonio Fino, il permesso di condividere pubblicamente i risultati. Lo hanno concesso e gliene sono veramente grato. Se le esigenze editoriali hanno imposto l’iniqua e drastica selezione, vorrei qui ringraziare singolarmente tutti quelli che hanno preso parte al gioco: Alexander Carlsson, Ana Cristina Castellanos Belisario, Maria Cicero Benitez, Viviana Costa, Sandra Azucena Gil Alvarado, Martina Greco, Nathaniel Henderson, Riccardo Pempori, Aldo Rabotti, Maria José Rivero Morros, Barbara Schapke, Yi-Hsuan Shih, Andrea Sozzi, Veronika Tarasidis, Scott Thomas, Andrea Torrisi, Jacopo Vigorita e Francesca Zanardi.

Abbia inizio il gioco. Se la descrizione a seguire del Ghemme DOCG Collis Breclemae 2004 Antichi Vigneti di Cantalupo non vi convince, avete evidentemente qualche problema serio:

Ruby. My eyes are fixed on her.
Rose. She draws no closer.
Cherry. Her lips.
Vanilla. We are dancing.
Persistence. The night is young.
(Nathaniel Henderson)

Magari anche questa, dello stesso vino ma più atmosferica, vi muove a nulla o tutt’al più, in un accesso d’angina, allo scaffale dove conservate guide, manuali, ruote degli aromi e di pavone, schede e diagrammi, tutti pronti all’uso come defribillatori. Peccato:

I am reminded of walking through the doors of the smoke-filled lounge where I previously worked. The light is dark and dim, live music bright and overjoyed. The aromas are thick and unavoidable. The sweet smell of tobacco permeates the air and luxurious red and brown leather sofas line the walls. The dark mahogany wood screams of elegance, but also of masculinity. I think of Ernest Hemingway when I taste this wine. Knowing his habits of enjoying a cigar whilst among friends.
(Scott Thomas)

Proseguendo, chissà che cosa penserete di questa variazione stevensoniana:

I see you with your endless cigarette.
Lonely dark eyes
Running away in the wood
Trying to find your right mood.
Yes, you told me once, time flies.
(Martina Greco)

O ancora di questa williamsiana:

They brought me rubies from the vines
That were held in the sun.
I said, they are precious treasures
With Eden’s garden measures.
The drops of wine were done.
And we confirm the quality by our own
More precious than the finest stone.
(Sandra Azucena Gil Alvarado)

O, per finire, di un’elegia:

Moments tasted but never done.
Shadowless, unclouded red glares, dark meaningful stares. Together
evolving in complexity. Growing. Expanding.
Crimson-suited, blushing like lovers hiding in the shadows.
Intoxicating, undisguised. Showing the best
And dividing it from the next.
(Veronika Tarasidis)

Non che siano mancate alternative al Ghemme. Questa, ad esempio, era la Terra Alta D.O. La Foradada 2017 Celler Frisach (garnacha blanca):

(An animation with a girl walking in the countryside at twilight. The girl is seen by the back, she has a long, light, white dress and she walks through a garden full of flowers and butterflies. There is a breeze moving her dress and hair, shaking the flowers and spreading the sense of “perfume everywhere”. 

The garden is full of the aromatic herbes and flowers that are in the sensorial profile of the wine. They evoke a Mediterranean garden, giving the idea of where the wine is created. The animation is done in a watercolour-like style).

Yellow broom

Full of bloom.

Gold and round

Summer sound.

Non abbiatevene a male. Per serio problema intendo soprattutto problema di serietà (gravità, pesantezza). Loro sono scrittori contemporanei, voi no. Il problema che vi affligge è lo stesso che indisponeva due mostri sacri, Lev Tolstoj e Benedetto Croce, quando leggevano Mallarmé; e non sapendo ritrovarvi alcun significato, lo stroncavano. Oppure è il medesimo degli accademici cui Barthes diagnosticava le malattie croniche dell’asimbolia e dell’obiettività (oltre al pretesto della chiarezza, che è l’auto-approvazione del proprio linguaggio da parte di una classe). Siete quindi in illustrissima compagnia, eppure malati cronici. Avvinti come l’edera a Cicerone e Quintiliano perché la lirica moderna, il simbolismo e persino le favole vi mandano in blocco batteria e disco rigido. Tradizionalisti del senso comune. Religiosi della letteralità. Pii passatisti aspiranti all’Arcadia organolettica.

Se siete arrivati fin qui, magari i più moderni tra voi seri – quindi i medievisti – apprezzeranno canti goliardici, Carmina Burana e altro materiale da clerici vagantes. Bene. Forse qui potrò sviarvi dal vostro indefettibile sdegno con merito non mio, ma proprio di un conterraneo di Carl Orff e Walther von der Vogelweide. Ecco il suo Ghemme come carme conviviale:

Sense, perceive and apprehend
This magic liquid of perfect blend,
And smell, feel and taste:
This enchanted drink you shall not waste.
For it is Nebbiolo you’ll appreciate,
because it’s so marvellous and just so great.
– Why? – You ask me without wit and knowledge:
I will tell you and make you acknowledge.
It is bold and strong
Yet so elegant and long,
It is smooth and fine
Yet so powerful and divine.
It comes as ruby and goes as garnet,
brings berries and spices and lots of tannins.
So let’s continue and get finally started!
(Alexander Carlsson)

(1) Citazione (in corsivo) e adattamenti (in tondo) da N. Perullo, Epistenologia. Il Vino e la Creatività del Tatto

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Intravino by Sara Boriosi - 2w ago

Ogni persona che incontri sta combattendo una battaglia contro il caldo di cui non sai nulla. Sii gentile e porta il vino.

È più caldo del solito, non sentite caldo anche voi? Ah, il global warming come spinge! In questi casi bisogna togliersi la maschera da misantropo, sfoderare un generoso sorriso e fare quella telefonata che si rimanda in data da destinarsi per riallacciare il rapporto con quell’amico che guardacaso vive in campagna e ha una piscina strepitosa. Bando alla timidezza, dunque: bisogna guadagnarsi un generoso invito con la promessa di di contraccambiare la gentilezza in modo appropriato e direttamente proporzionale al numero di visite successive. Per mia esperienza di donna mediamente gelosa delle bottiglie predilette, ogni volta che vado in visita dalla coppia di cari amici che hanno il buen retiro nelle ombrose colline dell’Altavalle del Tevere, abbasso la guardia della diffidenza e metto a disposizione quelle etichette che costano meno di quindici euro, sono comprensibili a tutti, vanno bene per lo spuntino, l’aperitivo o la cena leggera ma soprattutto piacciono alla sottoscritta, e visto e considerato che voglio bere anche io è meglio farlo come si deve.

Anche se non possiamo fare previsioni per l’annata in corso, abbiamo ben chiaro come sono andate le annate precedenti, perciò pochi tentennamenti e aprite quel frigo, che a condividere bottiglie buone si guadagna in amicizia!

Ecco la mia mini lista.

La Staffa Verdicchio dei Castelli di Jesi 2018: Riccardo Baldi non ha bisogno di presentazioni, se ne è parlato abbondantemente qui in Intravino quando si facevano le scoperte come Pippo Baudo nei tempi d’oro. Talentuoso produttore marchigiano, non arriva ai trent’anni e produce questo verdicchio da vigna giovane. Vino affatto scontato, possiede tutte le doti del verdicchio più una spiccata nota erbacea particolarmente gustosa, pungolata da un pizzico di sale che tenta il sorso e alza la pressione sanguigna. Dissetante se bevuto con i piedi in ammollo, a circa 12 euro in enoteca.

La Basia La Moglie Ubriaca Valtènesi Chiaretto 2018: Assaggiato la prima volta durante l’Anteprima Chiaretto 2019, mi pento e mi dolgo di non averlo conosciuto in precedenza. Groppello in prevalenza, un po’ di barbera, poi marzemino e il sangiovese che dà quella sfumatura di agrume che rende il vino irresistibile. Rosato pieno di slancio, giocato in sottrazione, ha i suoi bei profumini estivi di frutta rossa, cipria per dare quel tono che deve avere un rosato per bene, fiorellini un po’ qua e là, tanto per gradire. Ottima salinità, consigliato in caso di svenimenti. Tutto accennato, niente di sguaiato, lunga persistenza, discreta longevità, dicono. Io non posso saperlo, perché le bottiglie che ho vivranno la vita delle falene. In scaffale a 12 euro circa.

Ancarani Indigeno sui lieviti 2017: sei in piscina col culo in ammollo come Franco Cerri ma con meno dignità, e non ti bevi una bollicina? Lo champagne no che fa arricchito, il metodo classico italiano nemmeno, che fa cugino di secondo grado del cugino ricco; per farti notare devi proporre qualcosa che sia diverso e che incuriosisca. Rita Babini e suo marito dal nome sconosciuto – ma noto a tutti gli insider come “L’Agricolo” – ci regalano un Trebbiano di Romagna rifermentato coi fiocchi. Delicato al palato, ma energico come una scarica elettrica, pieno di crosta di pane ed erbe di campo, iodio. Da servire ben refrigerato, né agitato né shackerato se non volete svegliarvi con gli occhi gonfi da cinese il mattino dopo, a causa dei lieviti. Bevuta super energizzante per combattere l’affaticamento da canicola. Trebbiano di Romagna, la piscina ci guadagna. In enoteca a circa 12 euro.

Raboso Colfondo Casa Belfi: Opera di Maurizio Donadi, enologo generoso e dalla mano riconoscibile. Il vino da piscina per eccellenza, secondo il mio personalissimo gusto estivo fatto di ciabatte, caftano e occhialoni strategici. Metodo ancestrale prodotto con precisione certosina, il suo raboso è un succo di mirtillo leggermente alcolico e frizzante il giusto. Da totale disimpegno, ottimo come merendina spezzafame accompagnato da banalissima frutta. 13 euro nelle enoteche che la sanno giusta.

Martina Rosato Togni Rebaioli 2017: dal frutto caparbio per franchezza espressiva, come il produttore che ne estrae il succo. Questo è un rosato camuno prodotto da uve di erbanno, un clone del lambrusco. Dal frutto allegro e piacevolmente acido, l’esatto contrario del rosato tipico nell’immaginario collettivo: zero bubble gum, ma asciutto e snello; ne sto bevendo a secchi da tempi non sospetti. Bisogna rivalutare i rosati del Nord Italia, quando non sono caricaturali esprimono un carattere decisamente intrigante. Lo trovate a 15 meritatissimi euro.

Ruzninteina Claudio Plessi 2016: Da tempo desidero scrivere dello strano caso di Claudio Plessi, ex professore di agronomia e salvatore di specie vinicole in estinzione. Lo vorrei fare qui, sento l’urgenza di scriverne, ma ogni volta che mi dedico ho l’impressione di prendere la sabbia con le mani. Dunque, in attesa di buttar giù qualcosa di sensato, vi propongo l’unica bottiglia leggermente fuori budget ma ottima per il contesto piscina-disimpegno- sudore a secchi. La Ruzninteina è un rifermentato prodotto con uva ruggine, chiamata così per il colore ramato dei grappoli, ma mi piace pensare che il motivo vero sia quel sapore spiccatamente rugginoso che ha il vino fatto con questi grappoli, minimo comun denominatore di tutta la produzione di Plessi. Ruzninteina da ruggine, dunque. Grandiosa bevuta, quasi introvabile, dai 18 ai 22 euro nelle enoteche più fornite.

Grazie ai miei consigli, se vi va bene, passerete un’estate a scrocco nelle migliori magioni italiane. Se sapete anche cucinare la carne alla griglia, avete il mondo in mano. Mi raccomando: per una minivacanza di successo non parlate di politica né di religione, ma concentratevi sulle chiacchierette sessuali, che rallegrano l’umore e preparano il terreno per il doposerata.

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C’è una rassegna che dal 2003 raduna tutti gli anni i produttori di Grechetto a Civitella d’Agliano verso la fine di luglio. Si chiama “Nelle terre del Grechetto”. Mi piace sottolineare che queste manifestazioni, anche a prescindere dal numero di tagliandi strappati all’ingresso, riescano ad innescare fenomeni molto positivi quando sanno riunire i viticoltori intorno ad un tavolo spingendoli a fare rete o quantomeno a scambiarsi informazioni preziose. Col vino non è come quando vai a funghi che il posto non lo dici ad anima viva, qui stranamente la condivisione a determinate condizioni paga.

Se ad esempio una denominazione si attesta su un livello qualitativo di sicurezza, tipo che ne prendi dieci bottiglie a caso dallo scaffale e quando le apri sono quasi tutti caspita! a guadagnarci non sono solo gli ultimi produttori arrivati, che beneficiano della nomea avendovi contribuito poco o nulla, ma tutti,  persino il Vate della prima ora che, per dire, un tempo era lì da solo ad  abbaiare alla luna e finisce che si ritrova seduto tra gli dei dell’Olimpo con tanto di fulmine nella mano destra.

Tanto per intenderci parliamo di un vino (sempre il Grechetto) che di suo non sarebbe esattamente un piacione e che quando non è fatto come si deve può persino risultare caldo e un po’ sempliciotto al naso. C’è chi se lo fa bastare così, ma c’è anche chi si tatua all’avambraccio il nome del cane, per dire, e non sono nemmeno pochi, tanto che la produzione di massa per anni gli è andata dietro, col risultato finale che sul mercato è transitato un quantitativo non indifferente di bocce mediocri.

Dalle mie parti, in Umbria, ad esempio, i pregiudizi sul Grechetto sono duri a morire.

Certo, chi sta più sul pezzo sa bene che ultimamente sono spuntate fuori delle etichette significative, ma si tratta di un pugno di consumatori. Peraltro c’è da dire che non stia emergendo una tradizione virtuosa più o meno univoca ma stili interpretativi piuttosto eterogenei il cui unico filo conduttore sembra essere la ricerca della qualità. E così, tra le più riuscite, si hanno versioni improntate all’eleganza come il Colle Ozio di Leonardo Bussoletti, o alla sapidità, tipo Roccafiore, o altre ancora giocate nel segno della naturalità senza compromessi, tra cui ho un vivido ricordo del Fiero di Cantina Margò.

Se si vuole isolare una tradizione che in qualche modo sia più riconoscibile bisogna però rivolgere lo sguardo alla Tuscia, in particolare a quella lingua di terra che da Civitella d’Agliano attraversa Castiglione in Teverina, lambisce Corbara e piega leggermente ad ovest intorno ad Orvieto (che poi, sì, sarebbe di nuovo Umbria, a dispetto delle evidenze paesaggistiche e culturali di innegabile segno opposto). Da lì provengono i Grechetto più premiati, quali il Poggio della Costa ed il Latour a Civitella di Mottura o i vari Orvieto di Palazzone, Barberani, Decugnano dei Barbi, etc. (che sono tagli a base di grechetto).

Il genius loci – sto cercando di evitare il termine terroir – della Tuscia contempla la presenza di fattori naturali, ed ovviamente umani, pressoché unici. Intorno a Civitella d’Agliano le eruzioni vulcaniche hanno sedimentato uno strato abbastanza spesso di tufo, pozzolana e nenfro, tale da impedire all’argilla sottostante di defluire con le piogge (calanchi) portandosi via tutto il bendiddio minerale. In alcune zone di Orvieto tra tufo e argilla sono stati addirittura rinvenuti fossili appartenenti al Pliocene. Altra caratteristica tipica, dovuta alla compresenza di due grandi bacini idrici come il lago di Bolsena e la diga di Corbara, è l’elevato tasso di umidità, condizione che favorisce l’attacco delle uve da parte della botrytis cinerea. Il grechetto, al pari del furmint e del sauvignon, è uno dei (pochi) vitigni in grado di resistere alle muffe e viene tradizionalmente utilizzato nella produzione di passiti che ci siamo persino stancati di paragonare ai Sauternes e ai Tockaji.

Il fattore umano è in buona parte riconducibile, o quantomeno lo è stato inizialmente, a Sergio Mottura, pioniere e depositario, ma anche divulgatore, della formula che permette di cavare il sangue dalle rape. La chiave, secondo Mottura, sta nella tannicità che, se ben gestita, ne assicura un invecchiamento anche di lunghissimo termine. Altro aspetto essenziale sarebbe la potatura a guyot. Il resto, se vi interessa, potete chiederlo direttamente a lui facendogli visita nella cantina di paese dove notoriamente custodisce le vecchie annate. Lo sentirete lamentarsi dei tappi di sughero, unico vero limite ad una longevità che si direbbe sconfinata. Non a caso le ultime versioni del Poggio della Costa escono con lo Stelvin.

Ma, dicevo, Mottura ha diffuso il verbo. Chi ne ha fatto buon uso è senza dubbio La Pazzaglia, che coltiva entrambi i varietali di Todi e Orvieto – ah giusto, c’è questa cosa tecnica che vi avevo risparmiato e che ora mi tocca spiegare: i genotipi principali, sebbene abbiano caratteristiche abbastanza simili, sono due: il grechetto di Todi (g5), e il grechetto di Orvieto (g109). La bottiglia di punta della cantina, e forse non solo della cantina, è il Poggio Triale (g5). A monte c’è stata la scelta coraggiosa di Mariateresa Verdecchia  di abbandonare i vitigni internazionali di famiglia e sacrificare la propria esistenza di ragazza spensierata, più o meno come una suora di clausura. Prima che lo diciate voi: scelta coraggiosa è un po’ come splendida cornice.

Ancora oggi, quando Mariatetesa si affaccia sulla valle e avvista i segni delle scorrerie notturne dei cinghiali, tira un sospiro che pare un’altra cosa e pensa a chi glie lo abbia fatto fare. La risposta la trova nel bicchiere: la soddisfazione di fiutare miele e idrocarburi ove un tempo si alternavano profumi erbacei e richiami floreali e quel fremito acido salino che trasforma una bevuta alcolica in una manna. Il sangue da una rapa.

P.s.: Un giorno vi racconterò di quella volta (è successo ieri sera, ma quella volta suona meglio) che ero a cena da Boccondivino, quello a Labro, non a Bra, e dopo aver stappato un Riesling della Mosella del 1999, Mauro mi versa un Grechetto di Trappolini del 2005 e, no, non sfigura per niente.

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Denis Mazzucato è un lettore, sommelier, informatico: ci aveva già parlato di Grignolino e oggi concede il bis con una bella novità.

“Non chiamatelo Super Grignolino, non stiamo facendo altro che tornare al Grignolino come si faceva una volta!”: questo il monito di Ermanno Accornero, colui che per primo ha creduto (anzi, ri-creduto) nel Grignolino dal lungo affinamento in legno e poi in bottiglia. La prima sua annata è stata la 2006, e doveva farlo assaggiare alla cieca per non ricevere rifiuti ricchi di pregiudizio.

Nel 2015 la svolta, storica per tante ragioni, quando dieci produttori si sono riuniti sotto un unico nome, Monferace, con il solo scopo di ricreare un grande vino dimenticato, intraprendendo una strada coraggiosa e difficile e dimostrando che quando il fine è nobile e gli attori sono saggi, è possibile raggiungere risultati importanti lasciando che l’unica testabalorda sia il Grignolino.

A coronamento di questo sogno (parola non a caso molto più utilizzata di “progetto” da tutti i relatori) si è svolta lunedì 17 giugno 2019 la storica degustazione della prima annata di Grignolino Monferace, ospitata da Simona Cavallero nel castello di Ponzano Monferrato, sede della Libera Associazione fra Produttori Monferace, da cui si gode un panorama mozzafiato sulle colline fitte di boschi, vigne e piccoli borghi.

Il presidente dell’associazione Guido Carlo Alleva ci racconta la nascita dello statuto: “dovevamo decidere se essere severi con noi stessi, e siamo stati molto severi!”. Poche, semplici ma estremamente chiare e sfidanti sono le caratteristiche che deve avere un Grignolino per poter diventare Monferace:

  • Le uve (rigorosamente 100% Grignolino) devono provenire da un territorio ben definito, sia geograficamente che geologicamente
  • I vigneti, tutti iscritti in un albo, devono avere le esposizioni migliori possibili
  • Le rese massime sono di 70 quintali per ettaro (ma in genere sono molto più basse)
  • Il Monferace deve maturare almeno 40 mesi di cui 24 in legno, sul quale però è lasciata massima libertà (al momento i più utilizzati sono la botte grande e il tonneau)
  • Ogni anno una commissione degusta alla cieca i candidati a diventare Monferace e accetta solo i migliori

Il Monferace non nasce come esercizio di stile narcisistico o malsano tentativo di imitazione ma si rifà a una antica tradizione dunque, della quale, a ben cercare, ci sono evidenti tracce nella storia. Nelle grandi fiere enologiche dell’800 per esempio, quando venivano comunemente presentati (a Firenze, Torino, Vienna) Grignolino di 5, 7, 11 anni.

O in documenti molto più recenti, come ne “I vini del Piemonte” di Dina Rebaudengo, 1966, edizioni dell’Albero di Torino, in cui si legge: “Dopo cinque anni di invecchiamento – due in botte e tre in bottiglia – il Grignolino esce profumato, armonico, con colore rosso chiaro tendente al giallognolo, ottimo da arrosto”.

Molto più antico è invece il termine “Monferace”, nome da cui deriva Monferrato secondo l’interpretazione di Leandro Alberti, che nella sua opera più celebre, il “Descrittione di tutta Italia” del 1550 scrive: “Credo che Monferrato fosse nominato questo paese dalla feracità dei piccoli colli che qui si ritrovano, li quali tanto gagliardamente producono i frutti e le cose necessarie per il vivere humano, e che prima fosse detto Mòferrace, come ho detto, da detta feracità, e poi mutata la lettera c in t fosse addimandato Monferrato”.

La degustazione è stata guidata da Robin Kick MW, che ha rappresentato un fondamentale sguardo dall’esterno sul Grignolino. I produttori hanno sottolineato più volte come durante le visite in cantina che hanno preceduto l’evento, Robin abbia voluto assaggiare tutto, non solo i Monferace, e conoscere a fondo ogni minimo dettaglio del territorio, delle pratiche in vigna e in cantina.

Il risultato è stata una degustazione priva di fronzoli, semplice nell’esposizione ma ricca di contenuti, con lo sguardo fisso sull’evoluzione che può raggiungere questo vino.

  1. Angelini Paolo: appena vengono riempiti i primi calici nella sala si sprigiona un profumo inebriante, intenso e carico di attesa. Il colore è abbastanza intenso, il naso potente, floreale, leggermente mentolato e con l’arancia sanguinella che si ritrova spesso nei vini di questa cantina. Sorso di grande struttura, tannino deciso ma elegante. Cantina in continuo miglioramento negli ultimi anni. Calore.
  2. Tenuta Tenaglia: con il Monferace la cantina conferma una grande attenzione alla finezza, e all’eleganza. È un vino sussurrato, di piccoli frutti rossi ancora freschi, pepe bianco, anche il tannino è fine e dolce, molto fresco e già molto buono oggi. Stile.
  3. Tenuta la Fiammenga: colore un po’ più carico, naso e bocca che spingono più verso la prugna e la mora, sbuffi balsamici e di chiodi di garofano. Black.
  4. Azienda agricola Accornero: rese bassissime e macerazioni lunghissime restituiscono un vino dal colore brillante e dal profilo molto classico. Fiori appassiti, ciliegia matura, chiodi di garofano e pepe. L’ingresso in bocca è subito croccante, fresco, mette il sorriso, ma è il sorriso di un bambino ancora troppo piccolo. Ne riparliamo tra 5 anni almeno. Classico.
  5. Vi.Ca.Ra.: geranio, amarena e note terrose di sottobosco, tannino vispo ma dolce, molto equilibrato, elegante e profondo. Ferace.
  6. Tenuta Santa Caterina: carattere differente per questo Grignolino d’Asti DOC, che strizzando un occhio alla Borgogna regala più fiori che frutti, più spezie e sottobosco che fragranza. Non mancano freschezza e lunghezza. Distintivo.
  7. Castello di Uviglie: naso ampio, lampone e ciliegia disidratata, cioccolato, frutta secca, e le consuete spezie. Molto tradizionale ma ancora troppo giovane. Da dimenticare in un infernot. Old school.
  8. Alemat: ciliegia e prugna mature, spezie, bocca rotonda e avvolgente con un deciso retrogusto di menta molto affascinante. Corpo.
  9. Sulin: un Monferace che ha già raggiunto un equilibrio e una completezza notevole. Il naso è classico, elegante, la bocca è fresca e immediata. Dedicato a chi pensa che 28 mesi di legno (tonneau in questo caso) uccidano l’identità del vitigno. Questo vino grida a gran voce “GRIGNOLINO!”, col sorriso, e chi non lo capisce non vuole capire, o è sordo. Pronto.
  10. Fratelli Natta: tanta frutta, netta, ciliegia sotto spirito, mora e prugna, poi rosa, pepe bianco e vaniglia. Bocca morbida e rotonda. Buono ora.

La domanda che più spesso viene fatta quando si parla di Grignolino affinato in legno è se questa pratica in qualche modo rischi di omologare e appiattire i vini, facendo addirittura perdere le caratteristiche peculiari del vitigno.

Tutti i Monferace sono inequivocabilmente Grignolino, conservano la grande bevibilità, la freschezza, il tannino e l’eleganza delle migliori versioni in acciaio.

Nello stesso tempo le scelte fatte in vigna e in cantina dai produttori restituiscono sfumature differenti, a volte molto differenti. Abbiamo bevuto vini molto classici, vecchia scuola, giocati su finezza estrema e delicatezza e altri più corposi, fragranti e immediati.

Abbiamo bevuto vini che hanno già raggiunto un buon livello di maturità, e altri che saranno pronti probabilmente tra almeno altri 5 anni. L’identità è salva, la standardizzazione è scongiurata. Ora non resta che attendere per capire quanto ancora hanno da dire questi grandi vini.

Come dice Mario Ronco, l’enologo di riferimento e vice presidente dell’associazione “mi piace pensare al futuro del Monferace come ad una pianta di Grignolino, con il fusto e le foglie protesi in avanti ma le radici ben piantate per terra”.

Denis Mazzucato

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Girata la boa del decennale iniziano le celebrazioni che vi ammorberanno vacanze estive e natalizie. Iniziamo con una raffica di “post più letti” da levare il fiato ai quali seguiranno “i più belli” fino ad arrivare ai più commentati. Abbiamo in archivio circa 6.000 post immediatamente disponibili, fate un po’ voi.

1. Domande da panico: qual è il prosecco con il miglior rapporto qualità prezzo? – 62.000 letture
Una domanda all’apparenza banale ha scatenato centinaia di commenti ed è uno di quei post che diventano guida.

2. Manuali: come farsi il vino in casa in 22 facili mosse e vivere felici  – 51.000 letture
Ogni anno, quando arriva l’autunno, il diagramma degli ascolti di questo post si impenna clamorosamente per poi calare verso gennaio.

3. Cose che stento a credere: Giordano vini inganna i clienti  – 45.000 letture
Un must in cima ai desideri dell’algoritmo di Google. Provare per credere.

4. Comprare birra al supermercato: consigli per evitare il disastro  – 36.000 letture
Abbiamo chiesto lumi ad un esperto per limitare i danni in caso di sete compulsiva.

5. Il vino della Lidl. Un assaggio di Amarone e Barolo, tanto per cominciare  – 36.000 letture
Nessun editor è stato maltrattato durante la stesura di questo post.

6. Atlante ragionato dei migliori spumanti d’Italia. Una lista davvero completa, da Giulio Ferrari in giù  – 32.000 letture
Un’altra guida imprescindibile ma questa l’abbiamo scritta noi

7. Portare il Tavernello alla Fiera dei Vini Veri per vedere l’effetto che fa. Perché lo fa, eh  – 26.000 letture
Quando Alessandro Morichetti si diverte non ce n’è per nessuno. E i risultati furono strabilianti.

8. Alcol e calorie. Un’infografica ci dice quanto pesa sulla bilancia il nostro amore per il vino  – 25.000 letture
L’angolo della salute, molto consultato prima della prova costume.

9. Belli e possibili. I migliori Champagne sotto i 30 euro (quasi una guida – parte prima)  – 24.000 letture
Guida molto controversa ma molto apprezzata dai nostri lettori in cerca di bollicine “umane”.

10. 5 imprescindibili regole per scegliere il vino sfuso. Ovvero: cose che non avrei mai pensato di scrivere in vita mia  – 21.000 letture
Non di solo vino imbottigliato vive l’uomo ma cosa scegliere per non passare l’inverno a bere aceto? Ce lo spiega Cristiana Lauro.

Molto letti anche questi post di servizio. Il primo raccoglie i post del nostro Bignami “Tutti dicono”, il secondo è la pagina in cui vi levate qualche curiosità su di noi.

10 Best – Tutti dicono Intravino 40.000 letture

conosciamoci 22.000 letture

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Sono sempre stato un bastian contrario.

Per carità, nulla di rivoluzionario, piccole scelte leggermente controcorrente. Tutti iniziavano a fumare, io mi limitavo a inalare passivamente.
Spopolavano gli U2, io ascoltavo un chitarrista svedese heavy metal dal nome impronunciabile.
All’età in cui i coetanei scoprivano la birra e poi i superalcolici, io bevevo ettolitri di Coca-Cola; quando poi gli altri hanno cominciato a moderare il consumo alcolico, sono diventato sommelier.

Non è certo un vanto e se ogni tanto questa condizione può regalare qualche vibrante soddisfazione, per lo più è fonte di stress e di qualche imbarazzo.

In buona sostanza sono un socievole e sorridente rompiscatole.

Dato che siamo condannati a ripeterci, io, ormai ultra-quarantenne, continuo a mettermi in posizioni scomode, soprattutto con il vino.

Bevo davvero troppo per bere qualcosa che non mi piace. Cerco di spiegarmi meglio: potrei bere mezzo calice di qualsiasi bottiglia, ma io non bevo mai mezzo calice, è contrario alla mia religione. Nei miei minimi sono più vicino alla mezza bottiglia. In alternativa non bevo (raro).

Ma torniamo all’imbarazzo. Questo entra in gioco quando a un aperitivo, una cena o un qualsiasi evento arricchito dall’alcool, non organizzato da me direttamente, mi pongo il problema di che cosa bere.

“Cosa bevi?”

Avete presente Moretti in Ecce Bombo? «Che dici, vengo? Mi si nota di più se vengo e me ne sto in disparte o se non vengo per niente?».

Ecco, come il regista romano finisco con il perdermi tra mille considerazioni, in testa si affollano varie soluzioni tra cui, in ordine sparso:

  • La soluzione provocatoria: Avete dell’acqua? Ma questo risulta davvero antipatico e al limite dello sconveniente. A meno che non si finga un malessere.
  • La soluzione enofighetta: Un macerato. Richiesta che, oltre a suonare eno-snob, non verrebbe capita e men che meno esaudita.
  • La soluzione democratica: Che cosa propone? Questo è solo un modo per prendere tempo, ma poco, perché la risposta è “Vuole bianco, rosso, o bollicina”, e io sono informato quanto prima
  • La soluzione sconfortata: Uno spritz.

Il tutto è appesantito dall’amico/ospite che si avvicina e dice: “Tu sei sommelier. Com’è questo vino?”

Com’è questo vino? E che ne so? Io sto bevendo uno spritz.

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Uno dei più grandi esempi di successo enogastronomico in Versilia degli ultimi anni è la tripletta dei locali della famiglia Vaiani ovvero il Bistrot, l’Osteria del Mare, The Fratellins e  Pesce Baracca, locali con numeri da record e fatturato adeguato ma anche con una qualità sempre ineccepibile. Locali da turisti vacanzieri italiani e molta clientela straniera con occasionali punte gourmet, nelle quali la mano di  Nicola Gronchi (giovane classe 1984) alla guida della cucina del Bistrot ha lasciato bellissimi ricordi nei tre anni della sua gestione ai fornelli. Con la stagione 2019 Nicola ha però lasciato un posto confortevole e sicuro per abbracciare il progetto della famiglia Larini a Villa Grey, sempre al Forte dei Marmi, con l’idea fissa di puntare ancora più in alto con numeri più bassi ma attenzione più alta al piatto e a quello che finisce nei bicchieri.

Ci siamo stati per una piccola e gustosa anteprima che ha rivelato piatti e abbinamenti intriganti e stimolanti, affatto banali e con punte di coraggio notevoli per una zona tradizionalmente pavida e timorosa dei cambiamenti. La carta dei vini impressiona per completezza e proposte di bollicine come si esige in questi contesti ma con anche le gradite aggiunte bioqualchecosa ormai importanti anche per questi locali. Da Jolivet e il suo Sancerre a Zampaglione passando per le belle proposte della Lucchesia non ci si annoia nemmeno per un attimo e i ricarichi, considerando il posto e il lignaggio del servizio, sono più che accettabili (compreso prezzo di 4 vini al calice in abbinamento a 50€ totali a persona, champagne incluso).

Partiamo proprio da qui con Henri Dosnon e la sua proposta classica dall’Aube con note di mela grattugiata, lamponi, ribes e menta, dotato di una piacevolezza fruttata pazzesca e dolce nell’idea ma non nel risultato. Vino soffice ma deciso che si snoda benissimo sugli antipasti e piatti di ingresso tutti di livello eccezionale per freschezza e contrasto.  Si terminano gli assaggi  iniziali con Asparago, sgombro, consommè ghiacciato di verdure e gambero fritto, piatto completo e stupendo in sé, uno dei pochi dove si può usare la parola croccante senza essere tacciati di monotonia descrittiva.

La cucina di Nicola Gronchi del resto è come la sua stretta di mano, vigorosa e spiazzante ma non ti lascia indifferente e lo dimostrano grandi piatti come il Gambero rosso e maionese d’ostrica o la  Triglia, maruzzelle, fave e quenelle di scampo a crudo, due piatti con continui rimandi iodati e umami, con grasso e sale a ripulire le note profonde dei molluschi e crostacei in perfetto equilibrio. Parrebbero non perfettibili, in effetti, ma l’abbinamento proposto dal sommelier Alessandro Frisario con SP68 bianco di Arianna Occhipinti 2018 è azzeccato e rivela quanto questo vino d’atmosfera e di ruvida sostanza sia a suo agio nei contesti più impensabili.

Sia che tu lo apra sul mare su un telo da bagno, su di una panca in campagna o nello stellato sul grattacielo più alto del mondo, sa riportarti esattamente al centro del gusto e della piacevolezza di frutto ricco e saporito, con rimandi floreali e delicatamente speziati che gli sono propri. Notevole anche la Panzanella di Tonno proposta con il Vigna Della Congregazione Fiano di Avellino di Villa Diamante 2017 , vino che è una lama di ghiaccio tutta anice e pepe, succulento ricco ed esaltante il sorso, sapido e profondo , nervoso ma capace di rilanciarsi di mandarino lime e acidità guizzante.

La carrellata di primi meriterebbe di saltare qualcosa ma non ce la sentiamo di rimandare indietro nulla… il Risotto al salmone e lemongrass riesce a sfidare l’ovvio e combattere l’eccessiva dolcezza grazie alla cottura precisa del chicco e la gestione del lemongrass a smorzare gli eccessi. L’umami domina il piatto successivo con lo Spaghettone Pastificio dei Campi, polvere di olive, bottarga di cabras e il Vigna della Congregazione continua a tenere botta eccome.

Si arriva verso i secondi con un grande rosso nel bicchiere, ovvero, Jadot con il suo classicissimo Bourgogne Rouge 2016 (che purtroppo, ormai, ha prezzi anche all’origine quasi da premiere cru) che in questa annata di grazia sa essere suadente, piccante e roccioso con note di bergamotto, sandalo e anice e un velo tannico che accarezza sia il rombo che le animelle proposte da Nicola in due versioni piuttosto memorabili: Rombo, fiore in tempura, riduzione di prezzemolo e colatura di alice e cremoso al pinolo e, soprattutto, Animella,carciofino nano alla romana, salsa allo champagne e burro. Piatti fatti di dosaggi precisi, millimetrici e saporiti che non travalicano mai i confini del piacere immediato, pur prestandosi ad approfondimenti successivi. Piatti che risultano appena “estremi” e giusto quel paio di centimetri  fuori dalla tua confort zone gustativa, ovvero, laddove accade la magia.

Scansiamo a malincuore il carrello dei formaggi (comunque proposto con orgoglio) e ci buttiamo sugli assaggi dei dolci proposti con il Muffato della Sala Antinori, scelta un po’ scontata ma che rappresenta ormai una sorta di passepartout per molte cene in Toscana. Visto le altre scelte si potrebbe provare ad osare di più come abbinamento ma oggettivamente non sfigura su nessuno dei piatti-dessert curati da Veronica Sbordone.

Panna e fragole è molto di più di quanto sembri dal nome e va piacevolmente oltre la banalità, il Soufflè al cocco e carpaccio di ananas è calibrato per consistenza e struttura e piacerà molto agli amanti dell’uovo e infine la “porcata”: Cioccolato, whisky e tabacco ha una serie di rimandi dolci, amari e pepati che risvegliano un palato arrivato fin qui comunque parecchio in forma, merito anche di un pre-dessert di yoghurt e meringa che potrebbe essere un dessert a sé stante.

Si sta davvero bene al Villa Grey e, crediamo, quasi meglio al bistrot che sempre Nicola cura sul mare nello stabilimento balneare, sempre di proprietà dell’albergo. Si sta davvero bene anche perchè il ritmo in sala è quello giusto, piacevolmente ritmato e mai soporifero, con servizio attento ma non appiccicoso ed è merito di un veterano come Massimo Bartolucci. In tempi in cui la sala è sotto processo, ci piace segnalare i professionisti anche meno noti a livello nazionale che della gestione della sala hanna fatto la loro ragione di vita.

Alcuni prezzi dalla carta
Triglia di scoglio, crudo di scampi, fave, piselli e maruzzelle € 28
Battuta di filetto di Nobile come una braciola € 25
Spaghettone Pastificio dei Campi 2016 € 25
Risotto Carnaroli Riserva San Massimo, ricotta fumée, salmone e lemon grass € 25
Tagliolino verde di farina di grano arso, pollo ruspante di Abati e tartufo nero € 25
Trancio di pescato del giorno alla brace con bietoline e salsa di acciughe € 35

HOTEL VILLA GREY
Viale Italico, 84 – 55042 Forte dei Marmi

Tel +39 0584 78 74 96 www.villagrey.it

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Dorotea è del 1979 e quando parla della sua vita racconta di storie d’amore andate a farsi friggere, di una famiglia difficile, di un lavoro che non le piace ma, ahimè, deve pur sbarcare il lunario, e di una passione costruita e generata negli ultimi 15 anni che è il vino.

Frank è del 1976, ha studiato, lavora come libero professionista, divorziato, ama le cose che lo fanno star bene, mangione goloso bevitore incallito, appassionato dell’ebbrezza del vino da sempre.

Potrei aggiungere me, Marta, Francy, Nicola, Alessandra e Lucia. Più o meno stesso quadro. Nati, studiati il giusto, accoppiati per anni a random con persone incompatibili, cervellotici appassionati di vino.

Cerco di costruire un pensiero e una metamorfosi che gente come me fa negli anni.

Crepet parla di passioni, in un suo libro titolato appunto passioni, racconta di come queste siano determinanti nella vita di un giovane. Di come il riuscire a perseguirle, incontrarle, riconoscerle e coltivarle sia fondamentale per aumentare di qualche punto la possibilità di una vita felice.

Ai miei tempi, e in particolare in quelli prima dei miei anni ’80, specie se vivevi in paese, si andava a studiare la ragioneria o geometri. I più fortunati all’epoca sono diventati elettricisti ed estetiste, hanno famiglia figli e vanno ogni domenica a messa e al centro commerciale.

Non esisteva lo spiraglio delle passioni. Quella era la vita, si doveva pensare al lavoro come fonte di reddito e risparmio per una famiglia da poter mantenere. La voce della mamma era come il grillo di Pinocchio: ricordati da dove arriva, ai sacrifici, il denaro tappa tutti i buchi, dove vuoi andare. A random così, Dorotea come Frank come me, hanno tappato tutti i buchi con lavori poco ispirati e spesso studi improbabili. Nella ruota hanno quindi incontrato persone incompatibili e anni difficili di crisi esistenziale.

Si perché l’unico buco che non sono mai riusciti a chiudere è proprio quello delle passioni. Quella voragine che è un governo ingestibile e parte con una sottile fessura. La voragine di Dorotea e dei nostri amici è il vino. Come potrebbe essere la subacquea per Raffael.

E anch’esso vino è la nostra metamorfosi matura e assieme a politica e religioni detta leggi e pianta paletti.

Il quesito sembra banale e spropositato ma in realtà è piuttosto comune: pensate sia facile la vita di un single bevitore eterosessuale o omosessuale maturo appassionato di vino? Bevitore appassionato con metamorfosi da vino. Di quelli che il vino rappresenta un attimo di pura gioia in una giornata, di quelli che quando vanno a cena pensano al posto pensando che li si beve bene e pensando, forse ancora prima di prenotare, che bottiglia bere. Di quelli che se fuori piove ad agosto beviamoci un amarone, di quelli che se devono far shopping dicono che il Barolo veste da dio e lo Champagne come una borsa di Louis Vuitton dura una vita.

E che più gli anni passano, meno questa passione ha intenzione di levare le ancore. E la metamorfosi procede, si calcifica e cambiamo noi. Ci chiudiamo.

Frank era a casa mia, bevevamo una bottiglia di Tai rosso del 17 di Pegoraro perché il tai è gentile leggiadro chiacchierino  e ci confessavamo le nostre difficoltà di vita amorosa, mi raccontava di Greta, conosciuta in palestra, medico, carina, e di esserci uscito una sola volta perché proprio non ce la fa, è astemia. In trattoria lei ha preso un tè freddo, che non avevano, e acqua naturale, lui al secondo calice si sentiva già alcolizzato.

A me è capitato di uscire con un tipo e niente, puoi essere belloccio garbato prestante ma quando mi ha detto che al massimo beveva un Prosecco di quello poco amaro, ho detto che andavo a prendere le sigarette un attimo, sono passati tre anni e non fumo. Un altro mi ha detto che anche se non beveva un bicchiere di vino per tre mesi non cambiava nulla. Un altro mi ha detto che se mi fossi comportata bene mi avrebbe fatto bere un fantastico Bellavista che gli aveva regalato un cliente a Natale. Un altro parlava di massimi sistemi ma non sapeva chi fosse Gravner.

Non c è nulla di strano in tutti i miei personaggi. Loro sono normali. Siamo noi che ad un certo punto della nostra vita decidiamo di ascoltarci e di ascoltare le nostre passioni. Perché se per trovare la parte più centrata di noi siamo dovuti passare tramite strade tortuose ed errori che nel mio caso sono costati anni di vita con persone sbagliate, la mia metamorfosi di bevitrice mi porta qua. Ad essere stronza. Abbasso i tartufismi, stare con chi non condivide le tue passioni è cosa molto molto difficile.

Ciò non significa che Dorotea debba stare con un guru enofilo ma significa che Dorotea non potrà mai essere felice con un astemio o chi è sordo e disinteressato. Poi chissà, l’amore è cieco dicono i saggi e tutti quelli che devono convincersi dell’amore che hanno, eppure se iniziassimo a vederci un po’ meglio e a dire qualche no forse si perderebbero meno anni e meno partite.

Resta una variabile su tutte: la fortuna.

“La gente ha paura di ammettere quanto conti la fortuna nella vita. Terrorizza pensare che sia così fuori controllo. A volte in una partita la palla colpisce il nastro e per un attimo può andare oltre o tornare indietro.” (Match Point, 2005).

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